Portato alla ribalta a Venezia, ci apprestiamo ad affrontare l’ennesimo prodotto spento del nuovo cinema italiano.
Continua a non dire nulla, a non emozionare, a non eccitare più, questo grigio e piatto cinema italiano contemporaneo.
Continuano a mancare le storie, cuore pulsante di qualsivoglia pellicola. Continuano a mancare messe in scene ad effetto. Il cinema è stato e sarà sempre un bellissimo sogno da vivere, ma sembra che i nuovi autori, attori ed addetti ai lavori dello stivale, hanno fatto di tutto negli ultimi dieci anni per sovvertire l’effetto onirico e fantastico del grande schermo, riducendolo a ad unno strato limite, ai margini estremi del grande successo ritrovato del cinema europeo degli ultimi tempi.
Anche Venezia ne ha decretato il netto insuccesso. Quello che doveva essere il cavallo di battaglia della squadra Italia cioè, La solitudine dei numeri primi, non ha colpito nel segno, ma come appena detto non è neanche questo un caso.
Il film di Saverio Costanzo, nasce sul romanzo psicologico con fonti tinte di mistery dello scrittore Paolo Giordano(Dentro e fuori l’acqua)
Il riadattamento tuttavia segue alla lettera tutta l’impalcatura narrativa minimalista del nuovo cinema italiano che continua manifestare presunte velleità artistoidi senza riuscire a ad oltrepassare quella piccola platea di spettatori a cui è rivolto.
Il la storia, tratteggiata dentro una lugubre Torino, parla di due ragazzi, Alice e Mattia, tormentati dalle troppe oppressioni familiari. “Traumi” da famiglia di esistenza borghese che a quanto pare feriranno per sempre nell’anima i due personaggi, distruggendone per sempre la loro esistenza.
Alla piccola Alice non va la giù la scuola di sci, cosi amata dal padre, Mattia invece non tollera la presenza della sorella e cade in una crisi di gelosia durante una festa delle medie.
Meno male che alla regia c’è un autore dotato di una certa intelligenza artistica, perché creare un film avendo come base la suddetta “storia”, non è affatto cosa semplice.
Anche l’interpretazione dei giovani Alba Rohrwacher, Luca Marinelli,continua in maniera espansiva il nostro discorso. Melassa continua di recitazione sospirata molto “mucciniana”, e poca originalità
Insomma la grandiosità degli esempi di Paolo Sorrentino e Matteo Garrone, sembra essere risultata un episodio del tutto isolato all’interno dell’attuale cinematografia italiana, poco attenta anche a prendere spunto dai colleghi spagnoli e francesi in primis, capaci di risollevarsi da terra, ritrovando nel cinema di genere, attraverso una proposta di linguaggi nuovi, la strada giusta per la spallata decisiva ad Hollywood.
In sostanza anche questa storia resta appesa ad un suo piccolo pubblico, borghese e minimale fino al midollo.
Di Camillo Leone
Del 28-8-2010
Voto 5
























