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Intervista a Meg Ryan

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">“Come sono diventata attrice? E’ stato un processo lento, in realtà volevo fare la giornalista (frequentavo l’università a New York), ma poiché avevo bisogno di guadagnare per pagarmi gli studi mi sono messa a lavorare in alcuni spettacoli in Tv.”

“Da lì il passo verso Los Angeles è stato breve, mi sono trovata a prendere lezioni di cinema con dei mostri sacri come Nicolas Cage, Sean Penn e Angelica Huston, e devo dire che mi sono resa conto di non essere minimamente ai loro livelli, quando ho iniziato. E mi sono messa a studiare per diventare quella che sono ora”.
Meg Ryan, interprete di commedie come “Harry ti presento Sally” e “C’è post@ per te”, ha spiegato così ai ragazzi del Giffoni Film Festival, che ha incontrato nella Sala Truffaut, come la recitazione sia diventata per lei un lavoro a tempo pieno, sebbene la vera passione per questo lavoro sia arrivata “quando già facevo l’attrice da tempo". Improvvisamente ho sentito che c’era qualcosa di estremamente bello in questa professione, ed era la possibilità di condividere determinati sentimenti con gli spettatori, far passare un “fluido” dallo schermo verso il pubblico e sentirlo ricambiato”.

 

Il suo rapporto con i personaggi è profondo, complesso: “Mi capita a volte di entrare così a fondo nella psicologia dei ruoli che scelgo, da starci male – ha ammesso – Anni fa ho interpretato il ruolo di una donna depressa e per quattro settimane (su sette di riprese) ho sentito una tristezza di fondo che non mi riuscivo a spiegare. Solo dopo ho capito che era il mio personaggio che era entrato profondamente in me al punto da farmi provare sentimenti che non appartenevano a quel momento della mia vita, bensì solo alla realtà creata dallo sceneggiatore. Ma non mi capita sempre: quando ho interpretato “Amarsi”, al fianco di Andy Garcia, nel ruolo di una donna alcolizzata, mi ricordo che il set era molto divertente nonostante la drammaticità della storia. Al contrario, a volte capita di recitare in commedie dove invece l’atmosfera del set è decisamente deprimente...

 

Tra i tanti registi con i quali la Ryan ha lavorato nella sua lunga carriera, quella che gli è rimasta più impressa è stata la regista australiana Jane Campion, con la quale ha lavorato in “In the Cut”, al fianco di Mark Ruffalo. “La sua vicinanza ha avuto un forte impatto su di me, forse perché Jane lavora in maniera del tutto sperimentale con i suoi attori. Lei, che è anche antropologa e pittrice, ha avuto un approccio così diverso che mi ha fatto scoprire, anche dopo aver già realizzato una trentina di film, un modo di lavorare totalmente diverso da quello che avevo conosciuto fino a quel momento. Ad esempio - spiega - era solita posizionare la macchina da presa in posti dove non avrei mai immaginato potesse essere, e non era mai invece dove pensavo che fosse. E’ stata un’esperienza umana, non solo lavorativa, molto forte. Del resto – ha continuato l’attrice – sono del parere che la qualità fondamentale di un regista sia quella di saper entrare in collaborazione con i suoi attori, di avere fiducia nei loro confronti: è un rapporto basato sul rispetto. Cosa mi piace del lavoro tra regista ed attore? Adoro quando chi mi dirige parla con me e mi spiega il mio ruolo, durante le fasi iniziali della preparazione, per farmi capire di cosa ha bisogno. Le migliori regie, tuttavia, sono quelle ‘empatiche’, dove non servono troppe parole”.

 

Da “giornalista mancata”, Meg Ryan ha un rapporto tutto particolare con la stampa: “I giornalisti, secondo me, hanno una visione del mondo più cinica rispetto alla ‘gente normale’. Spesso si scrivono falsità sul conto di noi attori, ed è certamente noioso se non fastidioso leggere falsità sul proprio conto. La cosa che mi consola è che l’opinione della stampa, fortunatamente, non è universale e non sempre è condivisa dal pubblico. E comunque - aggiunge - sono convinta che un attore non debba necessariamente essere visto come un ‘modello di vita’, un attore è una persona come tante altre che tuttavia è sotto gli occhi di tutti ma, ne sono sempre più convinta, è un bene che a volte ‘si comporti male’ perché deve rappresentare, agli occhi del pubblico, la realtà”.

 

Stuzzicata sul tema “Miti e Maestri”, la Ryan ha dichiarato:"ho avuto molti maestri durante la mia carriera: sono tutte le persone con cui ho lavorato. Non solo attori e registi, ma anche truccatori, parrucchieri, costumisti: ognuno di loro a modo suo è un artista, che ti può insegnare qualcosa. I miti? A volte sono molto misteriosi…”.

 

ARTICOLO DI: Nicola Terzini
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