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Intervista ad Agostino Ferrente

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Nell’ambito del Festival Horcynus Horca - che si sta svolgendo a Messina dal 16 al 26 agosto - una rassegna dedicata alla multiculturalità e all’ampliamento dei confini mentali con una particolare attenzione al cinema arabo, abbiamo incontrato Agostino Ferrente, regista de “L’Orchestra di Piazza Vittorio”

Un documentario-musicale che racconta sotto forma di diario la nascita dell’orchestra stessa. Tutto parte da Piazza Vittorio a Roma, il quartiere più popolato da migranti di tutto il mondo in un mescolarsi di tradizioni, religioni e cultura.
Il suo è un tipico esempio di cinema impegnato, sia politicamente che socialmente. Cosa crede che potrebbe cambiare dopo questo film?
‹‹I film impegnati cambiano le persone che li realizzano. Faccio fatica a pensare al film impegnato come ad un genere. In genere l’artista ha come sua prima missione quella di realizzare un’opera artistica che sia espressiva del proprio pensiero e della propria esperienza. Se uno fa un film o scrive un libro solo per veicolare un messaggio fa prima a dirlo direttamente››.
Crede che questo messaggio di multiculturalità e apertura mentale possa giungere a tutti?
‹‹Il film e prima ancora l’orchestra di cui il film racconta la nascita sono certamente un esempio positivo. Io penso che il razzismo sia frutto dell’ignoranza piuttosto che della cattiveria. “Xenofobia”, del resto, vuol dire paura del diverso. La verità è che in Italia circa il 12% nasce dal lavoro degli immigrati, lavoro che gli italiani spesso snobbano, come quello agricolo, le badanti o le colf. Purtroppo chi fornisce le notizie da più risalto agli eventi negativi e a volte questo avviene in modo demagogico per veicolare un messaggio propagandistico››.
Come nasce la selezione dei ventuno elementi che compongono l’orchestra e la scelta delle musiche da eseguire?
‹‹La selezione nasce da un’idea iniziale di Mario Tronco (tastierista degli Avion Travel), un vero genio, ma la sua vera scommessa nasce dall’idea di accostare strumenti che mai avevano suonato insieme. Il repertorio, invece, è nato cercando fra le musiche tradizionali dei diversi paesi e ri-arrangiandole in maniera “politicamente scorretta”. Ad esempio la canzone indiana è arrangiata con uno stile cubano, qualcosa che normalmente non avviene. Realizziamo una musica meticcia, una musica che non è di nessuno ma di tutti. Un’orchestra per stare insieme, un mezzo vero e proprio insomma››.
Colpisce il taglio intimista del tuo racconto che scende nel quotidiano, nel vissuto di queste persone. Come mai hai deciso di avere questa prospettiva?
‹‹Non volevo realizzare un film didascalico che riprendeva semplicemente l’orchestra che suonava sul palco. Ci sono ottimi documentari di questo tipo ma io preferivo raccontare la dimensione umana, le singole storie che ci sono dietro l’orchestra stessa››.
Ormai l’orchestra è una realtà, ma quanto è stato difficile realizzare questo sogno?
‹‹Creare l’orchestra era un sogno e riuscire a fare il film sulla nascita dell’orchestra stessa è stato un altro sogno che si è realizzato. Sogni che nascono dall’unione di tante persone (il “comitato Apollo 11”) accomunate dalla volontà di salvare il Cinema Apollo di Roma affinchè non divenisse una sala bingo. Nessuno credeva all’inizio in questo progetto, né le istituzioni né la produzione cinematografica, sia perché la natura dell’idea era utopistica sia perché la cultura nelle città non nasce mai dal basso, nasce dagli Assessori sulle scrivanie. Poi quando è andata bene la politica ha cercato un po’ di strumentalizzare l’orchestra››.
Cosa pensi della situazione politica attuale?
‹‹Purtroppo il problema della politica è il fatto che la gente non ha i mezzi per poter giudicare, per conoscere davvero la realtà, eludendo gli intermediari che spesso danno una propria interpretazione e falsano la percezione altrui. Alla fine sentendo le dichiarazioni dei politici e leggendo i vari programmi dei partiti c’hanno tutti ragione, ma nei fatti? E anche i fatti sono difficili da giudicare perché ci vengono raccontati in modi differenti, spesso agli antipodi››.
Progetti futuri?
‹‹Farmi un bagno domattina se c’è il sole›› e ride sincero
Un sogno che vorresti realizzare?
‹‹Il sogno è quello di poter continuare a lavorare con l’indipendenza creativa che ho avuto in questo progetto, dove ho potuto muovermi liberamente dal punto di vista artistico ed espressivo. Il desiderio è quello di poter conservare questa libertà associandola a maggiori mezzi produttivi››.
Articolo di FRANCESCO MUSOLINO
Del 22/08/2007

 

 

 

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