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Giallo/Argento

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Torino. Un taxi si aggira per le strade della città con un carico di terrore e morte. Il suo autista ha il volto deturpato e la pelle macchiata dalla malattia. Il suo nome è Giallo.

Giallo ha alle spalle un’infanzia difficile, di dolore e solitudine, da sempre emarginato ed abbandonato. La sua vendetta si compie sulle donne, causa primigenia del suo male.

Le sceglie secondo criteri ben precisi; giovani, straniere, ma soprattutto belle.

Le sottopone a torture e sevizie, fino a portarle ad una morte lenta e atroce.

Ma quando rapisce la modella Céline, la sorella di lei, Linda, non si da per vinta ed insieme all’ispettore Enzo Avolfi, il “lupo solitario di New York” , indaga sull’identità del killer nella speranza di ritrovare ancora viva Céline.

È una lotta contro il tempo, in cui ogni dettaglio può essere risolutivo.

Una corsa in cui anche il compromesso diventa legittimo.

Dario Argento si cimenta in una nuova pellicola malauguratamente denominata subito “capolavoro”.

Delle origini del regista ritroviamo solo la location, l’amata Torino, suggestiva ed inquietante, ma molto meno lugubre del passato.

Non ci sono più i colori forti e deliranti di Suspiria, manca la colonna sonora potente e predominante che accompagnava Profondo Rosso.

Contrariamente al suo marchio distintivo nella definizione dei profili psicologici dei personaggi ed in particolar modo dell’assassino, il volto di Giallo ci appare sin dall’inizio per rimanere un personaggio a se stante nella narrazione, senza nessun legame con gli altri protagonisti.

Dario Argento toglie così l’ennesimo piacere allo spettatore che non può più cimentarsi con la ricerca del dettaglio per scoprire l’assassino.

Se in passato il fruitore viveva con gli occhi del protagonista, vedendo e sentendo solo quello che ad esso era palesato, in Giallo le linee narrative sono due, due i punti di vista.

Nulla è più occultato a discapito di un climax narrativo e visivo che mai risulta ascendente.

La caratterizzazione psicologica di Giallo e Avolfi è similare; un passato difficile e doloroso svelato dai soliti flashback, una figura materna determinante nelle scelte dei due bambini e nel loro essere diventati uomini.

In ognuno di essi è presente il Bene e il Male, Giallo poteva essere Avolfi, Avolfi Giallo … è solo una questione di scelte.

Questa contrapposizione così labile viene accentuata dalla scelta di far interpretare entrambi i personaggi dallo stesso Adrien Brody.

Il maestro del thriller italiano conferma con questa pellicola il processo involutivo iniziato nel 1993 con Trauma.

La sperimentazione vede una fase di arresto, la regia perde lo smalto dagli anni passati.

Anche le riprese, i lunghi primi piani sui dettagli, il montaggio alternato, i carrelli, che hanno da sempre caratterizzato le pellicole Argentiane, qui risultano piatte, assenti o senza valore espressivo e narrativo, dando al film un risultato totalmente accademico.

E a nulla serve lo Star System Americano, la presenza di un premio Oscar come Adrien Brody, la cui recitazione appare forzata e fuori luogo nelle improbabili vesti dell’ispettore solitario.

Conclusa la Trilogia delle Tre Madri, il Maestro appare ora stanco, ripetitivo e avulso alla ricerca di nuovi linguaggi, ma la sua firma rimane autentica e riconoscibile, regalando al film un finale a sorpresa che dona allo spettatore la suspense fino ad allora negata.

 

Titolo  GIALLO/ARGENTO

Stati Uniti/Regno Unito/Spagna/Italia

Anno 2009

Genere Horror/Thriller

Durata 92’

Regia Dario Argento

Sceneggiatura Jim Agnew, Dario Argento, Sean Keller

 

Produzione Hannibal Pictures, Giallo Production, Footprint Investment Fund, Media Films, Opera Film

                 Production

 

Distribuzione Lumière Group Multimediale

 

Data di uscita 1 Luglio 2011

 

 

Articolo di Laura Febbroni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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