Dylan Dog ?

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Dalle Alpi alle Ande. Il protagonista del fumetto italiano più venduto approda in America e, a giudicare dall’aumento di massa muscolare, deve esserci arrivato in canoa. La sovrabbondanza muscolare, del tutto estranea all’indagatore dell’incubo di italica memoria, non sarà l’unico elemento a far ricoverare i numerosissimi fan. Restando sul personaggio, questo si avvicina ad uno “Stallone” qualunque anche sul piano morale, ostentando sicurezza, modi rudi e frasi da spaccone; ma gli sgarri che suggellano i mal di pancia del fanboy Bonelli sono un maggiolino profano, nero con la cappotta bianca, e l’assenza dalla ribalta di Groucho Marx, l’assistente-segretario irritante e logorroico che tutti noi fumettari vogliamo un gran bene. Chi lancerà allora a Dylan la pistola? In questo senso non c’è bisogno di assist: l’alter ego cinematografico del nostro amatissimo spara su tutto tipo Gheddafi ed affronta i suoi nemici anche a mani nude in scene ispirate al miglior Chuck Norris. Insomma è chiaro a tutti che il regista Kevin Munroe, che alla conferenza stampa non smetteva di definire il fumetto italiano come profondo, poi profondo e ancora profondo (incapace di esprimere in cosa tale profondità consistesse), è chiaro dicevo, che non ha saputo interpretare o restituire né il ventennale fascino del protagonista, né l’elegante misura e densità di significati delle migliori storie di Sclavi.

Anzi, il buon Tiziano è anche citato nel film (si chiama Sergio Sclavi un vampiro nella storia, buttando così in mezzo anche il povero Bonelli) ma a quanto pare non sa ancora nulla, segno che raggiungerà presto con il mal di pancia i fan al pronto soccorso. Ancora l’inconsapevole sacrilego che ha avuto la bella faccia di presentare il suo obbrobrio fisicamente, insisteva nel millantare inevitabili modifiche che intervengono ad alterare l’identità di ciò che passa dalla carta alla pellicola. Chiaramente non è vero nulla. O meglio, è vero se operi nell’ambito di produzioni che cafonizzano qualunque ispirazione per renderla maggiormente monetizzabile. Il sistema hollywoodiano più becero, per dirla tutta. I critici presenti in sala si sono abbastanza contenuti (evidentemente non c’era nessun Bertelli tra il pubblico) ma all’annuncio di un possibile sequel, sussurri di richieste imploranti si sono sollevati da ogni dove. Ovviamente imploravano di smetterla.

Regia: Kevin Munroe

Scritto da: Thomas Dean Donnelly, Joshua Oppenheimer

Cast: Brandon Routh, Anita Briem, Sam Huntington

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