MATISSE ARABESQUE@Scuderie del Quirinale - Gufetto Magazine

MATISSE ARABESQUE@Scuderie del Quirinale

 

Henri Matisse è il pittore del colore, come testimoniano le sue stesse parole tratte dagli appunti di Sarah Stein (1908) “Io esprimo la varietà luminosa cercando l’accordo tra le differenze di valore dei colori, presi a sé e in correlazione” (…)
La mostra “MATISSE ARABESQUE” alle Scuderie del Quirinale fino al 21 giugno, è un tripudio di colori che provengono non solo dai suoi quadri ma da una serie di oggetti di arredo, ceramiche, stoffe, tappeti e costumi di scena.

La mostra allestita alle Scuderie del Quirinale , aperta al pubblico dal 5 marzo fino al 21 giugno 2015, presenta più di 100 opere provenienti dai maggiori musei del mondo come MoMa, Tate, Met, Ermitage, Pompidu, tanto per citarne qualcuno, ed espone alcuni capolavori di rara bellezza per la prima volta in Italia[1]

Una prima sezione corrispondente al primo piano dell’edificio è dedicata ai dipinti e agli oggetti, mentre al secondo piano la sala è occupata prevalentemente dai costumi di scena, bozzetti per la scenografia e attrezzatura per Le “Chant du Rossignol” oltre che da quadri e molti disegni.
Le sale tutte bianche e ben illuminate permettono di ammirare le opere in un’atmosfera candida [2].
Tutto il suo stile, il suo linguaggio, la sua ricerca è racchiusa e concentrata nelle opere esposte in mostra, il primo quadro che si incontra ci accoglie in tutta la sua bellezza, la natura morta “Gigli, Iris e Mimose” del 1913. Quest’opera sembra anticipare il cromatismo squillante di tutta la mostra.

Nella seconda sala si torna ai primi interessi dell’artista si espongono oggetti, in particolare tessuti e maschere “dell’arte negra”[3]. 
Qui si trova il ritratto di “Yvonne Landsberg” del 1914 dove è palese l’assonanza con il “primitivismo” i colori diventano scuri e i segni sono geometrici.

Nella terza sala irrompe di nuovo in tutto il suo splendore il colore e gli elementi decorativi visibili nell'opera “Ramo di pruno, fondo verde” 1948 in cui si riconoscono richiami dell’arte giapponese in particolare dei surimono.

Nell'ultima sala del primo piano spiccano per la preziosità del cromatismo i tre paesaggi che Matisse aveva ammirato nel suo viaggio in Marocco, come “La Palma” del 1912 dove esplode la luce calda e avvolgente del Mediterraneo mentre si mescola all'intarsio cromatico dominato dal verde e dal rosa.
Al piano superiore si apre un altro scenario che mette in relazione l’artista con alcune delle sue grandi passioni, la musica e la danza.
Vediamo esposti bozzetti, appunti, costumi, attrezzi e lo spettacolo è documentato dalle riprese fotografiche della messa in scena. A proposito dello spettacolo Matisse dirà nel ’41 a Pierre Courthion: “Allora ho capito cosa significava una scenografia, cioè che poteva essere pensata come un dipinto con dei colori in movimento. Questi colori sono i costumi stessi”.
Questo potrebbe essere considerato un esperimento anticipatore delle gouaches découpées che caratterizzano la fase ultima della produzione dell’artista.


Dietro il quadro...Matisse

[1] L’esposizione è curata da Ester Coen, e si propone di indagare l’influenza che l’Oriente ha esercitato sulla pittura di Matisse, come ha cambiato il suo linguaggio artistico grazie alla scoperta del puro decorativismo di cui si servirà per diventare il creatore di uno spazio nuovo.

[2] Matisse conosce a perfezione i grandi maestri del passato, era stato allievo di Moreau, ama in particolar modo Cézanne, e diventerà nei primissimi anni del Novecento il capofila dei “Fauves” ma molto presto sente l’esigenza di spingersi verso altre dimensioni artistiche, la sua poetica in questi anni di viaggi all'estero, parte dall'interesse verso il “primitivismo” che lo porta a semplificare l’immagine e a conferirle una forma con pochi segni essenziali e geometrici, e poi il colore, cosa dire della potenza che sprigionano i colori di Matisse, sono loro stessi a determinare lo spazio in cui prendono vita gli oggetti inseriti in un campo bidimensionale e dove gli elementi decorativi si fondono armonicamente con il resto del quadro.
Consideriamo che sono i primi anni del ‘900 e si affacciano sulla scena mondiale le prime, avanguardie, gli artisti vivono in un fermento creativo senza limiti, hanno fame di conquiste inedite. 
Già dalla seconda metà dell’800 Matisse come il resto degli artisti della sua generazione che vivono a Parigi vengono a contatto con l’arte orientale attraverso le stampe giapponesi, e comincia così una nuova sperimentazione.
Per molti anni della sua vita l’oriente dominerà il suo immaginario, Matisse spesso si reca al Louvre per ammirare la collezione islamica in esposizione permanente, visita le mostre di arte islamica del Musée des Arts Decoratifs e all’Esposizione mondiale del 1900 scopre l’arte della Turchia della Persia del Marocco, Tunisia , Algeria ed Egitto. Ad un certo punto sente l’esigenza di andare a conoscere direttamente quell’arte che tanto aveva studiato ed amato, così nel 1906 compie il suo primo viaggio in Algeria riportando ceramiche e tappeti di cui si riconoscono gli influssi nelle sue opere da li in poi. Nel 1910 visita a Monaco di Baviera l’Esposizione di arte Maomettana, con più di ottanta sale di tappeti, tessuti e ricami, essa costituisce il vero momento di riflessione per tutta una generazione di artisti cha va da Kandinsky a Le Corbusier, nel 1911 è a Mosca e nel 1912 torna nel Maghreb alla volta del Marocco.

[3]
“Andavo spesso da Gertrude Stein in rue de Fleurus, nel tragitto passavo ogni volta davanti ad un negozietto d’antichità. Un giorno notai in vetrina una piccola testa africana, scolpita in legno, che mi ricordò le gigantesche teste di porfido rosso delle collezioni egizie al Louvre. Sentivo che i metodi di scrittura delle forme erano gli stessi nelle due civiltà, per quanto estranee l’una all’altra per altri aspetti. Acquistata dunque per pochi franchi quella testina, l’ho portata a casa di Gertrude Stein. Là ho trovato Picasso che ne fu molto impressionato . Ne discutemmo a lungo: fu l’inizio dell’interesse di noi tutti per l’arte africana- interesse testimoniato , da chi poco da chi molto, nei nostri quadri. Quello era un tempo di nuove conquiste. Non conoscendo bene ancora noi stessi, non sentivamo il bisogno di proteggerci dalle influenze straniere, perché queste non potevano che arricchirci e renderci più esigenti in rapporto ai nostri individuali mezzi d’espressione… Era un’epoca di cosmogonia artistica. (Henri Matisse, da un’intervista con Tériade,1952)

[4] 
Nel 1919, infatti, Henri Matisse viene invitato da Sergej Diaghilev e Igor Stravinskij a ideare le scenografie e i costumi per “Le Chant du Rossignol”, una produzione per i Balletti russi. È la storia di un imperatore della Cina che preferisce al canto soave di un usignolo vero il freddo gorgheggio di un uccello meccanico. Quando arriva la Morte accanto al giaciglio dell’ imperatore sarà, proprio l’usignolo vero a rianimare l’imperatore con il suo canto foriero di vita , con gioiosa sorpresa dell’intera corte. Questa occasione rappresentava per Matisse l’opportunità di condividere la sua ricerca estetica con l’esperienza di una fusione totale delle arti: danza, musica, teatro e pittura come elementi di una visione orchestrata intorno ad un unico nucleo, qui confluivano infatti il decorativismo, il fascino per l’Oriente e la passione per le stoffe, molto presenti nella sua opera pittorica.

Info

Matisse. Arabesque
5 marzo - 21 giugno 2015
a cura di Ester Coen
Scuderie del Quirinale
Via XXIV Maggio 16, 00186 Roma
06 3996 7500

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