Una delle caratteristiche della vita di Joseph Mallord William Turner che per prime si mostrano a chi vi si interessa è la profusa sequenza di viaggi attraverso l'Europa che egli compie più volte nel corso della sua fortunata carriera.
“Turner e l'Italia”
Palazzo dei Diamanti - Corso Ercole I d'Este, 21 - Ferrara
16 novembre 2008 - 22 febbraio 2009
www.palazzodiamanti.it
Lungi dall'essere artista intellettuale e letterario, tralasciando il lirismo fine a sé stesso Turner mostrò sempre, almeno nella sfera artistica, una sincera trasparenza riguardo alle proprie attitudini, interessi e impronte caratteriali. Il suo rapporto col mondo era quello dell'osservatore, del diligente trascrittore di sensazioni e emozioni suggerite da vedute e scorci della realtà più o meno modeste. In questa importante ottica l'immagine imponente e suggestiva del passaggio sullo stretto ponte del San Gottardo, o la visionaria prospettiva del Vesuvio in eruzione, assumono la medesima forza evocativa che si può trovare, in momenti più quotidiani, in un chiaro di luna o nel profilo placido di una riva lacustre.
E' facile capire quanto proficuo e indelebile fosse, su un animo così predisposto, l'impatto di un viaggio. In particolare si può osservare come, dopo il secondo viaggio in Italia nel 1819, la percezione della luce e della atmosfera, già caratterizzata da una certa immaterialità nei lavori precedenti, assuma nel pittore inglese una forma ben precisa e consapevole, dalla quale non si distaccherà più se non per arrivare a sondarne, nella vecchiaia, gli estremi margini di rappresentazione. Una volta compresi e interiorizzati il calore e gli spazi atmosferici limpidi dei cieli italiani, insomma, Turner sembra rimanerne quasi soggiogato, tanto da sostituirli alle dense e brumose vedute degli scorci inglesi.
La mostra di Palazzo dei Diamanti guarda proprio a questo prezioso aspetto della produzione del pittore.
“Turner e l'Italia” è in effetti una sorta di diario di viaggio per immagini, compilato minuziosamente durante gli spostamenti attraverso le più importanti città della nostra penisola.
Aiutato da una logica organizzativa ben chiara e comprensibile, il visitatore può seguire le tappe più suggestive dei percorsi del pittore, a partire dal primo breve viaggio, nel 1802, che lo porta in Val d'Aosta, e poi lungo le sue peregrinazioni a distanza di circa vent'anni verso i principali centri artistici d'Italia.
Una parte consistente dell'opera di Turner contempla i lavori ad acquerello, e nello specifico sono proprio questi anni - anni di spostamenti e scoperte – a mostrare con frequenza l'uso di tale tecnica, che ben si presta all'esecuzione rapida ed efficace di scorci e vedute. Si tratta spesso di schizzi e studi eseguiti al momento che, come potrà constatare su copiosi esempi chi visiterà l'esposizione, nel loro piccolo già custodiscono i principi fondamentali della pittura di Turner: è istintivo porre la leggerezza di contrasti e lo sfumato, tipici dell'acquarello, in relazione con la tecnica tipica di questo straordinario artista, fatta sostanzialmente di un processo di dissoluzione della visione scolastica, della “bella maniera” e del ben rappresentato, in favore del dominio dell'impressione, dell'attimo vibrante di luce e materia. Numerosi in mostra sono gli acquerelli tratti dalla raccolta “Napoli, Roma”, di concentrata quanto delicata bellezza e quelli dedicati alle vedute alpine.
Sono però le ampie vedute di Roma degli anni '20 e della compagna centro-italiana a colpire più a fondo la sensibilità e l'immaginazione del visitatore: questi spazi già dilatati e limpidi, densi di luce calda, vengono colti ed esaltati dal pennello che, inesorabile, sembra cogliere ogni oggetto presente nel paesaggio in un momento di sublimazione, attorniato da un'aura vaporosa che si confonde con le circostanti, in un concerto di smaterializzazione.
In mostra si nota bene come Turner adotti un'impostazione formale quasi precalcolata per queste vedute. Il quadro è quasi sempre orizzontale, diviso in due ampie fasce – cielo e terra – esemplarmente distinte. Poi c'è l'aggiunta sistematica di un elemento verticale molto ben visibile, spesso un albero o una colonna che si stagliano nel cielo su un lato. Già solo questa penetrazione verticale è sufficiente a creare un dialogo fra le due fasce, una sorta di correlazione. Ma in Turner qualsiasi cosa deve subire un pur minima sublimazione e quindi ecco che le scure fronde dell'albero si sfanno progressivamente, diventando un composto gassoso assieme alle velature chiare del cielo e alla luce pervadente che impregna ogni oggetto. Tutto quanto è in un delicato lento movimento in balia delle correnti d'aria. Non importa lo stato della materia, sembra volerci dire il pittore, perché è la luce a dare il vero significato ad essa, sia solida o gassosa.
La mostra si conclude con due splendide sezioni dedicate all'estrema evoluzione di questa logica che nella vecchiaia del pittore assume proporzioni decisamente non trascurabili, e sembra segnare un punto di non ritorno. Turner, se da una parte si abbandona al piacere dell'emozione e del ricordo, dipingendo vedute non descrittive ma pur sempre fedeli (si pensi agli ultimi quadri a soggetto veneziano, alle lavoratrici nella campagna napoletana), dall'altra usa queste quasi come espedienti per palesare il dominio della luce sulla visione. Non è più soltanto la smaterializzazione dell'oggetto nell'atmosfera ad interessare il nostro: il processo assume anche un aspetto concreto sulla tecnica. Pian piano, infatti, il colore diventa indipendente dalla forma, ed è anzi la forma stessa che si adegua ad esso, fino alle estreme conseguenze di questa tendenza. Una pittura che, se Turner non fosse stato pur sempre tanto fedele alla rappresentazione consapevole di momenti e percezioni reali, circa una secolo dopo sarebbe stata detta astratta.
Achille Zoni
























