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Gli Acquedotti Romani

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Relazione a cura della dott.ssa Cinzia D’Agostini

L’acquedotto è certamente una delle più tipiche espressioni monumentali dei Romani, ma la tecnica della condotta delle acque era conosciuta già in età molto antica. I Sumeri, il più antico popolo mesopotamico, costruivano condotti in mattoni e a volta per il drenaggio e lo scolo delle acque. Strabone (XVI, 1,5) accenna alla cochlis come ad un mezzo per far salire l’acqua ai giardini pensili di Babilonia. La famosa iscrizione di Bavian, città assira, cita un acquedotto a vasche digradanti per provvedere Ninive di buon’acqua. Frequenti sono gli acquedotti scavati nella roccia che s’incontrano in Giudea, in Samaria e in Galilea, di costruzione fenicia. Ma i Fenici stessi, che costruirono il celebre acquedotto di Tiro, derivarono questa tecnica dagli Ittiti. Altri resti d’antichi condotti sono stati ritrovati sotto un pavimento del palazzo di Cnosso, ad Argo, a Micene, a Tirinto, ad Itaca (Omero ne ricorda l’esistenza presso la casa d’Ulisse). Numerosi sono gli acquedotti greci, d’età diverse e di diverse provenienze. Quelli che rifornivano la città d’Atene e la pianura circostante fino al Pireo costituivano intorno alla città una rete complessa di condotti sotterranei in pietra, ricoperti di lastre piatte o di tegole e provvisti di pozzetti di aerazione. Non si hanno notizie d’acquedotti etruschi, ma dato che erano abili idraulici, si può ritenere che conoscessero la tecnica a condotti scavati nel sottosuolo o nella roccia.

L’acquedotto come opera monumentale sopraelevata è creazione romana, come dimostrano le testimonianze archeologiche e scritte di Frontino, Vitruvio, Plinio. Accanto al libro vitruviano la più importante opera sull’argomento è il De aquæductu urbis Romæ scritto nel I sec. d.C. da Sesto Giulio Frontino durante il suo incarico di curator aquarum. Vi sono trattati vari argomenti specifici:ad esempio, le conduttore plumbee o fistulæ; i fontanieri o aquarii addetti alla pulizia degli acquedotti e alla regolare ripartizione dell’acqua nelle vie e nelle case; ed anche le astuzie o fraudes a cui ricorrevano spesso i fontanieri per fornire gli osti (tabernarii) di una quantità d’acqua maggiore.

Frontino[1] ci informa che i Romani, dalla fondazione della città e fino al 312 a.C., utilizzavano l’acqua del Tevere, dei pozzi o delle fonti. Le principali erano la fonte delle Camene, quella d’Apollo e quella della ninfa Giuturna. In seguito furono costruiti gli acquedotti dell’Acqua Appia (312), dell’Aniene Vecchio (272 a.C.), dell’Acqua Marcia (144 a.C.), della Tepula (125 a.C.), Iulia (33 a.C.), Virgo (19 a.C.), Alsietina (2 a.C.), Claudia (52 d.C.), Anio Novus (38 – 52 d.C), Traiana 109 (d.C.) ed Alessandrina (226d.C.).

Solo nove di questi undici acquedotti sono trattati da Frontino. I tratti sopra terra rappresentavano una lunghezza di km 49, fornendo a Roma 12.454 quinarie (circa 705.000 m3 d’acqua nelle 24 ore, tenendo conto delle molte dispersioni). Secondo i calcoli di Frontino, il 17% dell’acqua serviva a scopi industriali, il 39% ad usi privati e il rimanente 44% riforniva 19 caserme, 95 edifici pubblici, 39 terme e 591 fontane. Particolarmente potabile era considerata l’Acqua Marcia, mentre la Virgo era destinata particolarmente ai bagni e l’Anio all’irrigazione.

Tra le tre destinazioni delle risorse idriche, era prioritaria quella per uso pubblico, in origine solo l’acqua in eccesso (aqua caduca) era destinata ai bagni pubblici. Quanto alle concessioni ai privati, dovettero essere inizialmente gratuite, date o in cambio di servizi resi allo stato o come “beneficia principis”. Vitruvio ci informa di una diversa pratica amministrativa elaborata da Agrippa: l’obbligo, da parte dei privati, di pagare una tassa basata su un contratto tra lo Stato e l’utente. Tale politica mirava ad eliminare sia gli allacciamenti abusivi, sia i privilegi delle concessioni individuali e gratuite.

Nonostante le grosse canalizzazioni di piombo che portavano l’acqua degli acquedotti nelle abitazioni private, era possibile utilizzarla solo ai pianterreni delle insulæ, dove risiedevano i più facoltosi. Gli abitanti dei piani alti erano costretti a procurarsi l’acqua alla più vicina fontana. Giovenale nelle sue Satire cita spesso i portatori d’acqua (aquarii), segno che erano necessari alla vita collettiva d’ogni stabile.

L’amministrazione o cura aquarum

La magistratura delle acque e la costruzione e manutenzione degli acquedotti era affidata ai censori e, in loro mancanza, agli edili coadiuvati da numerosi funzionari (adiutores, architecti, curatores, procuratores). Per l’aspetto finanziario, i censori erano affiancati dai questori, magistrati addetti all’amministrazione del tesoro dello Stato. Unica eccezione è l’incarico affidato al pretore Marcio nel 146 a.C., che ebbe dal Senato il compito di far riparare gli acquedotti logorati dal tempo, quassati venustate, di punire atti illegali di privati che si erano allacciati alle condutture pubbliche, fraudes privatorum, e di cercare un più abbondante approvvigionamento di acqua per Roma. Sotto Augusto il compito di occuparsi delle acque fu dato ad Agrippa, che si servì di un corpo di 240 schiavi di sua proprietà. Morto Agrippa, l’imperatore stesso assunse le competenze della cura aquarum in un apposito ufficio presieduto da un suo funzionario di rango senatorio: il curator aquarum. Costui si collocava ai livelli più alti della carriera pubblica, godeva dei privilegi e degli onori propri dei magistrati e disponeva di un vasto seguito di assistenti. L’Ufficio delle acque aveva una propria sede, la sua funzione era quella di mantenere in efficienza gli impianti e provvedere a tutti gli interventi necessari. Disponeva di numeroso personale tecnico, amministrativo ed esecutivo: architecti o ingegneri idraulici, libratores e plumbarii, ossia misuratori e posizionatori delle tubature, aquarii, ossia operai, oltre a segretari, archivisti ed amanuensi. Lo scopo degli acquedotti romani era di condurre acque pure e salubri, ricercate anche lontano, preferibilmente acque di fonti piuttosto che correnti. Nel caso d’acque correnti il condotto partiva direttamente dal corso d’acqua, completando talvolta la presa con uno sbarramento di derivazione a valle. Nel caso più frequente delle sorgenti, l’acquedotto iniziava con un serbatoio (castellum o caput aquæ), a cui le acque affluivano per mezzo di cunicoli di drenaggio, talvolta con due bacini successivi, l’uno per la raccolta e l’epurazione delle acque, l’altro per il loro avviamento. L’acquedotto vero e proprio (specus o canalis) poteva essere costruito in muratura o scavato direttamente nel tufo; erano, in ogni caso, più frequenti gli specus in muratura, i tubuli fittili e le fistulæ di piombo. L’altezza degli specus variava da m 1,30 a 2, e per la larghezza da m 0,50 a 1,20. Il loro profilo poteva essere ellittico o rettangolare, la copertura era a volta o triangolare o trapezoidale, in pietra o in cotto; il fondo e le pareti erano in opus signinum o in coccipesto, rivestiti di uno stucco duro e grasso (maltha, bitumen cum oleo). Vitruvio raccomanda in modo particolare la copertura dello specus. Per la necessaria aerazione e per la pulitura, si apriva nella volta uno spiramen che, negli acquedotti sotterranei, costituiva un vero e proprio pozzo circolare il quale raggiungeva il cunicolo. Tali aperture dovevano essere poste ogni due actus secondo Plinio, cioè ogni 240 piedi, ogni actus secondo Vitruvio. I primi acquedotti, anche quelli romani, erano di regola sotterranei; ma nelle regioni con forti dislivelli di terreno la necessaria continuità di pendenza del condotto non si poteva raggiungere solo con i cunicoli sotterranei ed occorreva alternarli con sostegni a muro pieno o ad arcate per tenere alto il canale sulle depressioni del suolo. Da Vitruvio apprendiamo che era in uso anche il sistema del sifone che consisteva nel far acquistare all’acqua, all’interno di una torre posta all’estremità di una valle da attraversare, una pressione tale da scendere in condotta forzata e poi risalire all’estremità opposta della valle con una perdita minima di carico. La misura da dare alla pendenza dell’acquedotto preoccupò molto i costruttori romani perché, regolando la pendenza, essi erano in grado di controllare anche la violenza dell’acqua. Per regolare la pendenza intervenivano le grandi arcuazioni ad uno, a due e anche a tre ordini sovrapposti. Nella fase di esecuzione dei lavori il percorso veniva indicato sul terreno da una serie di pali allineati, mentre il condotto veniva livellato o con la livella ad acqua o con uno strumento più complesso, detto chorobates, formato da un cavalletto munito di filo a piombo e indici graduati. Ad opera completa il percorso era accompagnato in superficie da cippi numerati ed era raggiungibile grazie a strade di servizio che rendevano più facile la manutenzione dell’intero apparato. Inoltre quando l’acquedotto era sotterraneo veniva accompagnato in superficie da tombini aperti sulla verticale dello speco. Lo spurgo dello speco doveva essere piuttosto frequente. L’acquedotto terminava con un “castello terminale”, a forma di torre, al cui interno vi erano una o più camere di decantazione e la vasca dalla quale, per mezzo d’apposite bocche, calibrate a seconda della quota prevista, l’acqua veniva ripartita e immessa nelle condutture urbane. Queste bocche erano costituite da tubi di bronzo con imboccatura a forma di calice, calix.

 Analizziamo i vari elementi che intervengono durante la distribuzione:

I tubi erano creati attraverso la fusione del piombo in lastre che erano poi piegate e saldate longitudinalmente. La larghezza della lastra determinava il diametro del tubo. Quando il tubo lavorava a pressione atmosferica la forma era a pera; l’acqua riempiva solo la metà e fluiva nella parte larga del tubo. Ma quando la tubazione doveva accogliere acqua a pressione, allora la fusione e la saldatura erano accurate e resistenti, la forma era cilindrica.  Per pressioni maggiori si produceva in bronzo.

 

Le valvole degli antichi Romani erano di bronzo. Da queste traeva origine anche il miscelatore.

 I grandi impianti dei Romani erano essenzialmente di due tipi: in muratura e in metallo. Conosciamo più esempi di impianti in muratura piuttosto che in metallo perché hanno resistito durante i secoli ai saccheggi. Un esempio in metallo sono gli impianti di Ostia antica interrati sotto la strada principale e protetti da grandi barre di ferro.

 

 

Ultimo degli acquedotti romani, fu costruito da Alessandro Severo nel 226 d.C., episodio citato dalla Historia Augusta[2]. Dal luogo di captazione nel settore est di Roma, alimentava, sempre secondo le fonti, le Terme Neroniane in Campo Marzio poi dette Alessandrine a seguito del restauro voluto dallo stesso Alessandro Severo. Per alcuni studiosi, oggi, non è possibile dimostrare con assoluta certezza che l’opera sia da attribuire alla volontà di Alessandro Severo, in quanto i bolli laterizi rinvenuti durante il restauro  presso viale Alessandrino,  non presentano epigrafi e hanno datazione minima. Secondo il Coates Stephens[3], l’acqua sarebbe da identificare con l’acquedotto Antoniniano eretto da Caracalla per rifornire le terme presso Porta Capena. Il Nibby[4] sosteneva che alimentasse il Nimpheum Alexandri, il Lanciani dimostrò che l’altezza dello speco era eccessiva per la quota raggiunta dall’acqua alessandrina. Identificato dal Fabretti nel 1680 nel suo De Aquis et Aqueductibus veteris Romae, fu riconosciuto ed attribuito solo nel 1668 da Adrien Auzout.

Le sorgenti dell’acquedotto, lungo 22 km, presso Pantano Borghese a tre km da Colonna al XII miglio della via Prenestina, sono comprese tra il colle Sassobello ad oriente e Monte Falcone ad occidente. In coincidenza di questo si trovano anche le captazioni dell’acquedotto Felice voluto da Sisto V nel 1585. Le sorgenti erano a quota 65 m s.l.m., l’acquedotto alessandrino giungeva presso le terme alessandrine ad una quota 15 m circa; secondo un calcolo altimetrico desunto dai resti su arcate, la pendenza dell’acquedotto, era di 0,438 per mille. Il Lanciani[5] nel tracciare il percorso delle arcuazioni redige un’ipotesi di quote:

 

  • Nella tenuta di Pantano                                                                              met. 53
  • Sul Fosso di tor bella Monaca                                                                  met. 51
  • Presso la torre degli Angeli (attuale Torre Angela)                                met. 50          
  • Presso la casa della Mistica                                                                     met. 50
  • Nella valle della casa Calda                                                                      met. 49
  • Sul fosso di Centocelle                                                                              met. 47
  • Sul fosso della Maranella                                                                          met. 46

Il Fabretti[6], descrive il percorso dell’acquedotto: riconosce nella tenuta di Pantano una piscina limaria poi una serie di 45 arcuazioni fra la Piscina e la pianura di Pantano, 65 nei pressi della riserva della Vitellara, 67 presso il Procoio di Pantano, un tratto di sostruzioni nella valle dell’Osa, un ponte nei pressi di Torre degli Angeli, 28 arcuazioni nei pressi Tor Bella Monaca, 50 presso il valico di Vallelunga, 22 presso la gola del Casale della Mistica, 28 presso Tor Tre Teste, 120 nella pianura di Casa Calda, 140 all’altezza del fosso di Centocelle (ricordate come le più alte), un tratto di sostruzioni presso la villa del Grande e l’intersecazione con la Via Labicana, 52 arcuazioni presso il fosso della Maranella o di via dell’acqua Bollicante ed infine un ultimo tratto di sostruzioni presso la villa dei Certosini. Per quanto riguarda il tratto che da Porta Maggiore arrivava alle Terme Alessandrine in Campo Marzio, oggi annullate dalla costruzione dei palazzi Madama, Patrizi, Giustiniani e dalla chiesa di San Luigi dei Francesi, non possediamo tracce se non brevi cenni in alcuni documenti di compravendita. Viene anche ipotizzato che il nome d’alcuni di questi possa essere fatto risalire a resti una volta visibili, è il caso della chiesa di S. Nicola in Arcione. Il Lanciani smentisce quest’ipotesi attribuendo il toponimo semmai all’acquedotto Virgo e non all’Alessandrino, presente in via dei Nazareni. L’acquedotto è costruito in opera laterizia con anima in opus caementicium. I piloni sono disposti ad intervalli regolari tranne che nel tratto del fosso della Maranella, dove lo spazio è minore rispetto ai precedenti tratti, questo a causa degli interventi di restauro che hanno diminuito la luce delle arcate. Lo speco era soggetto ad ingenti depositi di calcare a causa della scarsa qualità dell’acqua. Alcuni sedimenti di deposito si trovano montati in costruzione presso via dei pioppi. Secondo il Nibby, la tecnica in laterizio dell’acquedotto alessandrino rispecchia un periodo di decadenza in quanto egli nota una malta troppo spessa e mattoni irregolari[7].

Non sappiamo se il Nibby prese in considerazione che l’acquedotto fu oggetto in epoca di poco successiva alla costruzione di numerosi restauri. Se ne contano ben quattro:

  • I fase - La costruzione originale di III secolo d.C. è caratterizzata da un nucleo in opus caementicium (cemento e scapoli di tufo di Grottaoscura e Aniene con lava leucidica a seconda della reperibilità nella zona), e paramento in opera laterizia di buona fattura. L’intradosso era foderato da laterizi con rivestimento di cocciopesto, per evitare le infiltrazioni d’acqua, e lastre di pietra calcarea. Lo specus a botte era rivestito d’opus caementicium.
  • II fase - attribuibile alla fine del III o IV sec. d.C., vede l'esecuzione di una rifasciatura in opera laterizia sui lati (visibile in particolare nel tratto fra Viale P. Togliatti e Via dei Pioppi a Centocelle) e di archi di rinforzo sottoposti a quelli originali. Questo intervento riguarda in particolare il fronte settentrionale dell'Acquedotto, maggiormente esposto alle intemperie, dove il paramento è stato spesso ripreso con una tecnica massiccia, anche se piuttosto grossolana. Nel tratto di Tor Pignattara è visibile la creazione di una terza ghiera di laterizi nelle arcate da datare ad inizi IV secolo sulla base dei bolli rinvenuti (due di prima metà del II secolo d.C. – reimpiegati – CIL, XV, 474; CIL, XV, 1229a = CIL IX, 6078; quattro di datazione massenziana per la Stenby e costantiniana per Bloch, CIL, XV, 1579 a-b; CIL, XV 1580 a-b; uno costantiniano CIL, XV, 1557). L’attribuzione del restauro ai due imperatori è una problematica che riguarda molti edifici. Si tende ad attribuire il restauro a Costantino in quanto proprietario di possedimenti nella zona di Tor Pignattara. Questo immediato restauro fu motivato, probabilmente, dalla frettolosità dell'esecuzione originaria, a causa di una serie di difficoltà d’ordine politico e militare, e d’approvvigionamento dei materiali;
  • III fase - va ricondotta al V - VI sec. d.C. ed è caratterizzata dall'opera di ricostruzione degli archi crollati e dall'esecuzione delle rifasciature in opera listata. Forse un intervento di risistemazione, fu promosso da Narsete, subito dopo l’assedio Goto. A questo si potrebbero far risalire le murature in opera listata e un canale di collegamento, scoperto nel 1939 presso Centocelle, rivestito da 11 lastre fittili con maschere comiche, oggi al Museo Nazionale Romano. All'epoca di Papa Adriano I (772-795), furono collocati i pesanti rinforzi con blocchi in opera quadrata (di reimpiego) e quelli in opera listata delle torri. Le grandiose arcate del viadotto sono tuttora visibili sul Fosso di Torre Angela, di Tor Tre Teste, di Centocelle e della Marranella. Sopravvissuto al periodo che segnò la distruzione progressiva dei principali acquedotti romani, a causa delle invasioni prima di Galerio nel 307 d.C., poi di Vitige nel 537 d.C.,  e di eventi naturali come il terremoto del 397 d.C. o l'inondazione del Tevere del 589 d.C.. Sembra che l'Acquedotto Alessandrino, insieme a quello dell’Acqua Vergine, col quale ha in comune un percorso in gran parte sotterraneo, sia rimasto in uso durante il Medioevo. A conferma di questa fase di vita più tarda del Monumento, sono, infatti, alcuni restauri visibili sulle murature effettuati con una tecnica edilizia risalente al XII sec.d.C. in tufo squadrato, come la presenza delle torri di guardia medioevali, costruite lungo il suo percorso (a Casale Oddone presso Tor Tre Teste, a Via degli Olmi a Centocelle ed al Viale Alessandrino).

Papa Sisto V (1585-90) con l’aiuto del Fontana riuscì a riutilizzare le sorgenti dell’Aqua Alexandriana con la costruzione dell’Acquedotto Felice nel 1585. L’A.C.E.A, tra il 1963 e il 1968, per far fronte al crescente fabbisogno idrico d’alcune zone periferiche di Roma, situate al di fuori del G.R.A., ha realizzato la costruzione dell'Acquedotto Appio-Alessandrino, come potenziamento dell'Acquedotto Felice, ed alimentato dalle antiche captazioni, appositamente ampliate, dell'Acqua Appia e Alexandriana, ed arricchite da nuove riserve, nei pressi della Borgata Finocchio e di Torre Angela. All'Acquedotto Appio-Alessandrino si deve la fornitura idrica delle Borgate Borghesiana, Torre Gaia, dei quartieri Tuscolano, Prenestino, EUR - Laurentino, e di Acilia ed Ostia Lido.

Oggi l’acquedotto è visibile solo in alcuni tratti. I primi archi sono conservati presso la Tenuta di Pantano Borghese, al km. 19,900 dell’attuale via Casilina, una volta via Labicana, dove nel parco dell’antico Casale, divenuto un agriturismo, se ne possono ammirare i resti su basse sostruzioni. L’Ashby vi riconobbe anche dei putei o pozzi di ispezione non più visibili. Lasciata la via Casilina seguendo la via Prenestina, si giunge al bivio con via di Torrenova. Percorrendola si giunge ad un ponte moderno che conserva inglobato lo specus antico. Ci addentriamo, poi, nei due quartieri che sono nati di fianco a via di Torrenova e che in anni recenti hanno conosciuto forte espansione, Torre Angela e Tor Bella Monaca. Passeggiando tra le vie Maglie e Cisternino, in zona “Arcacci”, toponimo che ricorda le preesistenze dell’acquedotto, è possibile ammirarne i resti; vi appaiono sporadiche arcate superstiti con piloni di circa m. 2,30, distanti tra loro m. 3,50 ed alte m.15, alcune ben conservate in conglomerato cementizio a scaglie di tufo e paramento in laterizi. Superato il GRA, dove durante i lavori di ampliamento fu rinvenuto la speco sotterraneo di circa m. 0,70 x 1,80 con spessa volta in laterizio. L’acquedotto torna visibile presso i fossi di Vallelunga e della Mistica  dove è percepibile tutta la sua monumentalità. Il settore dell’acquedotto che supera il fosso di Tor Tre Teste è lungo m 228 ed era costituito in origine da 33 arcate oggi ne rimangono in situ ancora 30. Si giunge così presso il fosso di Casa Calda, dove nel XVII secolo era possibile ammirare ben 102 arcate che emergono nel fondovalle di una tenuta privata. In origine constava di 103 arcuazioni per un totale di quasi 1 Km di lunghezza; oggi ne rimangono solo 12; quasi del tutto distrutte sono quelle che superavano il fosso della Cunola.

Di grande impatto monumentale è il percorso subito dopo via Walter Tobagi, nella valle di Casale dei Datteri, fra il fosso a est della borgata Alessandrina e quello della Cunola.  Il luogo è oggi occupato dal Parco “G. Palatucci”. Si conservano circa 26 arcate. La struttura, in conglomerato cementizio di tufo e opera laterizia esterna, purtroppo ha perduto il paramento del lato Nord e la ghiera inferiore degli archi. Lo speco presenta grandi tracce di calcare. Nello stesso parco è possibile ammirare i resti di una cisterna.

 

Un tratto dell’acquedotto si trova in corrispondenza del fosso ad est della borgata Alessandrina nel tratto di strada compreso fra via degli Olmi e via dei Castelli, sopravvivono due arcate singole nel fondovalle (nel ‘600 erano visibili ventitre arcate, agli inizi del secolo ne rimanevano ancora sei) sotto gli archi sono ancora visibili doppie mensole di travertino per l’appoggio delle centine. Sulla sommità della dorsale della borgata la fossa di fondazione del condotto è ricavata direttamente nel banco di tufo. Un numero maggiore di arcate fu visto anche dall’ Ashby e dalla Van Deman[8] la quale notò in questo tratto restauri antichi con mattoni e blocchi di calcare tratti dal deposito del condotto. Le arcate oltre ad essere state restaurate nel 1942, hanno ricevuto un intervento di consolidamento anche di recente e sono state inserite, nel progetto di riqualificazione della zona.

 

Dopo un successivo tratto sotterraneo, l’acquedotto affronta il fosso di Centocelle, superandolo su maestose arcate. Seguiamo il percorso partendo da via degli Olmi dove un cordone in cementizio segue l’andamento del terreno fino al civico 40, per poi superare il dislivello del terreno su arcate. Nel tratto di via degli Olmi è possibile ammirare i resti di una torre di guardia medievale (XI – XII sec. d.C[9]), in tecnica grossolana, che il Quilici data tra il XII – XIII secolo ipotizzando uno sfruttamento dell’acquedotto fino a questo secolo, mentre il Coates Stephens la data al X secolo con conseguente defunzionalizzazione dell’acquedotto. Sino all’incrocio con via Palmiro Togliatti si contano 16 arcate di cui 7 presentano rifodera dei piloni, 7 sottoarchi in opus vittatum, mentre l’ultima verso est è stata chiusa. Tutto il prospetto è oggetto di ingenti depositi di calcare. Con 40 arcate, sia a doppio ordine sovrapposto sia su unico fornice a doppia altezza, supera il fosso di Centocelle, affluente secondario dell’Aniene oggi incanalato sotto la via Palmito Togliatti. Il Fabretti contò 92 arcate, all’inizio del XIX secolo ne rimanevano 49 di cui 15 presentano un doppio ordine sovrapposto mentre le restanti sono ad unico fornice. Il piano di scorrimento dell’acqua è indicato all’esterno da due filari di laterizi. Sul fronte Sud sono conservate le doppie ghiere di bipedali di rivestimento degli intradossi, sul fronte Nord si trova una controfodera in laterizio di rinforzo, sotto alcune arcate sono stati aggiunti sostegni in conglomerato cementizo. Si prosegue in via dei Pioppi fino al civico 22, dove sono visibili, resti in opera quadrata inglobati alla base delle arcuazioni. Presso il civico 40, è visibile una cisterna in opera cementizia con scapoli di lava leucitica. Il taglio di età moderna per la costruzione di via delle Frassini ha messo in luce lo speco dell’acquedotto, costituito da un marcapiano e cassaforma in laterizi disposti lateralmente di taglio e contenenti la gettata in opus signinum, le pareti interne dello speco presentano depositi calcarei. In prossimità di via degli Aceri il condotto poggia su un banco di tufo. Superata la valle, il percorso torna a livello del terreno fino ad interrarsi nei pressi di Piazza San Felice da Cantalice. L’ultimo tratto a noi noto appare tra le abitazioni in zona Tor Pignattara, da via di Torpignattara lungo viale dell’acquedotto Alessandrino fino a piazza Zambeccari. Le arcuazioni, in origine scavalcavano il fosso della Maranella correndo parallalele al III miglio della Via Labicana. Il settore più ad est, ovvero quello verso via di Torpignattara, presenta il condotto ad una quota molto vicina a quella del piano di campagna ed è inserito in una muratura piena, oggi poco visibile. Procedendo verso ovest si affronta il declivio del fosso su arcate. Nel XVII secolo il Fabretti contò 52 arcate e le definì come “mancanti dell’eleganza dell’antico”, oggi se ne conservano 47. Presentano un muro di controspinta nel fianco volto verso Nord, la riduzione della luce delle arcate con una rifasciatura in mattoni. Nel corso del restauro moderno furono individuati dei bolli di età Massenziana e di età Costantiniana. Ciò ha permesso di ipotizzare che gli interventi di rifasciatura e consolidamento sia da datare all’epoca di Costantino, in quanto proprietario di alcuni possedimenti in questa zona (le fonti la ricordano come ad duos lauros). Le arcate si presentano in pessimo stato di conservazione, il paramento esterno è stato strappato, restano in alcune ghiere delle arcate i bipedali in laterizio. Negli anni ’50-’60 del XX secolo arcate verso est  furono chiuse e sfruttate come appoggio per baracche abusive, a testimonianza permangono tracce di intonaco.

Le ultime arcate del tratto urbano dell’acquedotto, furono viste dall’Ashby presso Vigna Certosa - Ojetti e furono distrutte dalla costruzione, voluta da Pio IX, della ferrovia Roma - Napoli. 

 

 

RESTAURI

Le strutture dell'Acquedotto Alessandrino sono state oggetto, negli anni recenti, di saggi di scavo ed interventi di restauro a cura della Sovraintendenza Comunale BB.CC. e della Soprintendenza Archeologica di Roma. Alla metà degli anni '80, presso il Fosso di Tor Tre Teste, alla Tenuta della Mistica, in seguito a lavori per l'impianto di Depurazione per il Comprensorio di Roma Est, si sono eseguiti saggi di scavo dello speco dell'Acquedotto, all'altezza del G.R.A., ed opere di consolidamento e restauro di alcuni pilastri, gravemente danneggiatisi a causa dello spostamento verso ovest del Fosso di Tor Tre Teste (lavori eseguiti nel 1985, a cura dell'Arch. A. Vodret).
Ulteriori interventi ricostruttivi e di manutenzione dell'Acquedotto, sia sulle murature dei pilastri e delle arcate che lungo lo speco, si sono resi necessari, negli anni 1988-90, nel tratto compreso tra il Fosso di Centocelle (Viale P.Togliatti) e Via dei Pioppi, a causa del pericolo di crolli dalle parti alte del monumento e del degrado della struttura a livello inferiore, provocato da agenti atmosferici e dall'incuria dei cittadini. Recenti crolli, tuttavia, come quello provocato dal maltempo nel settembre '96, in un tratto dell'Acquedotto situato nei pressi dei settori già restaurati negli anni '90, fanno auspicare una prossima realizzazione di un più vasto programma di restauro nonché di recupero urbanistico del monumento nella sua totalità. L'attuazione di tale progetto, redatto dalla Sovraintendenza Comunale BB.CC. già dal 1981, è stata possibile, finora, solo in parte, a causa di ritardi nei finanziamenti dell'opera.

 


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[1] Frontinus S. I., De Aquaeductu urbis Romae, a cura di Fanny Del Chicca, Herder, Roma, 2004, libro I,4.

[2] Storia Augusta, traduzione, introduzione e note a cura di Ronconi Federico, Rusconi, Milano 1972, Alex. 25,3.

[3] Coates Stephens R., The walls and the aqueducts of Rome in the Early Middle Ages, A.D.500-100”, 1998, P. 166 ss.

[4] Nibby A., Roma nell'anno MDCCCXXXVIII, vol. II, Roma, 1848 – 1851.

[5] Lanciani R., Le acque e gli acquedotti di Roma antica, Quasar, Roma, 1975.

[6] Fabretti RG., De aquis et aqueductibus veteris Romae dissertationes tres., Roma, 1680.

 

[7] Nibby A., Roma nell'anno MDCCCXXXVIII, vol. II, Roma, 1848 – 1851.

 

[8]  VAN DEMAN E. B., The Building of the Roman Aqueducts, Washington 1934, p. 351s.

 

[9] DE ROSSI G.M., Torri e Castelli della Campagna Romana, Roma, n. 309 p. 148. Sebbene il Tomasetti ritenga la torre più tarda (XIII secolo), si preferisce una datazione più bassa in quanto la struttura risulta già esistente nel 1216, perché citata in una bolla di papa Onorio III relativa alla basilica di S. Giovanni “…turrim vestram cum fundo et cum vineis in loco qui dicitur ad quartum,fundum Tabernule.

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Ultimo aggiornamento ( Venerdì 26 Novembre 2010 14:26 )  

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