Relazione scientifica della dott.ssa Cinzia D’Agostini
Il Settecento fu uno dei secoli di maggior riflessione intellettuale, di entusiasmo e spirito di ricerca. Fu l’età dell’Illuminismo, in cui la fiducia del potere della ragione permeò ogni attività umana, non solo filosofica, ma anche intellettuale e culturale. Una pluralità di tendenze caratterizza questo secolo: il Rococò con la sua ricerca e affermazione del raffinato, del galante, del prezioso, i modi di gusto Seicentesco ed infine il Neoclassicismo. In campo pittorico si sviluppò sopratutto l’interesse per la resa obiettiva della realtà che portò allo sviluppo del ritratto, della veduta e della scena di costume; fenomeno tipicamente Settecentesco fu il recupero dei temi arcadici, come espresso nelle opere di Watteau, Boucher e Fragonard. L’edilizia privata, nell’intera Europa, visse in questi anni un momento di grande sviluppo. Sulla scia delle imprese decorative delle case regnanti, la nobiltà europea instaurò una sorta di competizione desiderando primeggiare nello splendore delle proprie residenze. I palazzi edificati ex novo o semplicemente rimodernati, si arricchirono di decorazioni ed artifici, fasti ed esuberanze; per l’arredamento si predilessero profili curvilinei, mossi e sagomati. Citiamo ad esempio gli appartamenti reali della reggia di Versailles, costituiti da sette sale e concepiti come ambienti di rappresentanza interamente rivestiti di marmi policromi e decori in bronzo dorato in piena simbiosi con le decorazioni pittoriche dei pannelli e della architettura, o la costruzione della città ideale di Arc-et-Senans in cui l’architettura razionale ben ordinata è al servizio dei cittadini, o gli hôtels particuliers parigini caratterizzati da un cortile sulla strada, una costruzione trasversale a due piani con due ali avanzate nel cortile ed il caratteristico tetto in ardesia. Gli hôtels particuliers realizzati maggiormente nei quartieri residenziali si inserirono nel progetto di più ampio respiro della nuova sistemazione della città con la costruzione dei grandi boulevard. In Germania, possiamo citare, i grandi palazzi quello Weissenstein del 1711 opera di Johann Dientzenhofer (1663-1726) e Johann von Hildebrandt (1668-1745), o il palazzo di Würzburg del 1720 opera di Balthasar Neumann (1687-1753) con la decorazioni della Kaisersaal e dello scalone d’onore di Giambattista Tiepolo e figli, o la Reggia Sans-Souci progettata dall’imperatore Federico II di Prussia secondo lo stile architettonico e il gusto decorativo Rococò in cui era garantita la piena modernità e funzionalità. In Austria il recupero dei modi seicenteschi fu sviluppato dall’architetto Fischer von Erlach nella costruzione del palazzo di Schönbrunnin nel 1638. Anche in Spagna, nel clima di fervore che invase le corti europee, si delineò una svolta architettonica, ne fu portatore Filippo Juvarra (1678-1736), progettista esperto ed abile disegnatore. Il palazzo reale di Madrid fu costruito fra il 1738 e il 1764 sull’esempio della reggia di Versailles. Sorse su un’ampia area occupata in precedenza dell’antico Alcazar, la costruzione fu affidata da Filippo V nel 1736 a Giovan Battista Sacchetti successore ed allievo di Juvarra, scomparso improvvisamente e prematuramente nello stesso anno. Sacchetti modificò il progetto iniziale del maestro ridimensionando l’estensione dell’edificio ed ideando una pianta rettangolare con quattro avancorpi agli angoli, alti pilastri e colonne sopra lo zoccolo a bugnato, il tutto coronato da balaustrate. Elementi architettonici di tradizione italiana si mescolano con elementi desunti dal classicismo francese. Se in Italia a causa delle forti tensioni interne e della difficile situazione economica, le imprese architettoniche furono ad appannaggio di pochi e scemarono verso la fine del XVIII secolo, nel resto di Europa le grandi corti si contornarono di architetti di scuola italiana, è il caso della corte russa e della creazione della città di San Pietroburgo, voluta da Pietro I nel 1703, sulle rive del fiume Neva teatro di grandi battaglie e vittorie sui polacchi e gli svedesi. Prime opere di questa nuova fondazione furono la fortezza dedicata ai Santi Pietro e Paolo ed la costruzione urbanistica della città affidata a Domenico Trezzini. Dei molti architetti presenti a San Pietroburgo in questi anni abbiamo scarse notizie, informazioni maggiori riguardano Gaetano Chiaveri (1689-1770) nato a Roma e giunto in Russia all’età di ventotto anni autore del progetto per il Museo di Storia Naturale. All’opera di Bartolomeo Francesco Rastrelli (1700-1771) e al gusto di Elisabetta Petrovna, salita al trono nel 1741, si deve la caratterizzazione della città, con la costruzione del palazzo d’Inverno nel 1762, dalle immense facciate dove si alternano colonne ioniche e doriche alle strutture delle finestre, degno di nota, infine, è l’affollato attico con statue bronzee e urne di gusto classico. La città si arricchì con la costruzione di due maestosi palazzi, Stroganov e Anickov, progettati dalla stesso Rastrelli. A Giacomo Quarenghi (1744-1817), nel 1780, si deve la costruzione dell’Ermitage. In Inghilterra, nel corso del Settecento, importanti artisti con stili diversi e personali, diedero avvio ad un profondo rinnovamento dell’architettura inglese. Dal primitivismo al neoclassicismo, passando per lo stile pompeiano, lo stile ed il gusto esplosero con i trattati di Andrea Palladio e Cristopher Wren, che ebbero riflessi non solo nell’architettura ma anche nel mobilio e nell’arredamento, mentre il gusto e la riscoperta del Medioevo diede avvio al fenomeno del neogotico, che inizialmente si manifestò nella decorazione dei giardini, come nello Strawberry Hill.
L’Italia nel Settecento tra innovazione e tradizione
L’Italia del Settecento era un paese politicamente frazionato in vari regni, per lo più governati da monarchie straniere. La presenza di case regnanti forestiere – Borbone nel Regno di Napoli e di Sicilia e nel ducato di Parma, i Lorena in Toscana, gli Asburgo nel ducato di Milano, i Savoia in Piemonte e in Sardegna – favorì l’internazionalizzazione della cultura artistica italiana. I suoi principali interpreti vennero apprezzati anche all’estero, accolti con il favore dovuto alla grande tradizione e alla capacità da loro dimostrata di recepire le novità del gusto e assimilare esperienze diverse. In Italia, così come in tutta l’Europa, l’interesse per l’arte si accese di nuovi spunti e brillanti interpretazioni. Non più eccesso artificioso e retorica come in età barocca, bensì leggerezza di forme, rappresentazione della bellezza della natura, espressione dell’inventiva. Se Roma fu il centro artistico più vitale, altre città come Bologna, Napoli, Torino, Firenze e soprattutto Venezia non mancarono di importanti esponenti nel campo delle arti. Sorsero numerose accademie artistiche, create per volontà di illuminati cultori del Bello Ideale, che trasformarono preesistenti istituzioni ormai sterili in sedi di importante livello culturale e didattico volte a fornire ai giovani artisti i precetti del disegno, con compiti di tutela, conservazione e restauro del patrimonio artistico.
Il Veneto e soprattutto Venezia nel corso del Settecento vissero un periodo di declino a livello politico e militare, che non corrispose però alla situazione artistica, letteraria, musicale e teatrale, che anzi, diede i natali a grandi personalità caposcuola della pittura tra tardo barocco e Rococò. La visione fastosa della Venezia di questi anni, ci è nota grazie ai dipinti di artisti come Canaletto (1697-1768), Guardi (1697-1716) e Bellotto (1721-1780).
A poca distanza da Torino, in località Stupinigi, sorgeva una grande foresta nonché riserva di caccia reale. Nel 1729 il re Vittorio Amedeo II decise la costruzione di un edificio che potesse ospitare la corte e i suoi ospiti durante le battute di caccia, l’incarico fu affidato all’architetto Filippo Juvarra. Nel 1730 iniziarono i lavori di edificazione dell’originale struttura architettonica, che sviluppa il tema della pianta centrale da cui si dipartono diversi corpi di fabbrica a formare una croce di sant’Andrea. All’incrocio dei bracci un vasto ambiente ovale accoglie il salone, mentre due ali si allungano anteriormente a racchiudere un vasto cortile ottagonale. In seguito all’abdicazione di Vittorio Amedeo II, salì al trono Carlo Emanuele III, che intenzionato a trasformare il casino di caccia in una grandiosa residenza reale portò avanti i lavori, nel 1731, una battuta venatoria inaugurò la palazzina non ancora completata. Nel 1735 lo Juvarra partì per Madrid su invito dei Borboni di Spagna e al cantiere Stupinigi si avvicendarono vari allievi tra cui Giovanni Tommaso Prunotto (1700-1771), che ingrandì il complesso tramite l’estensione delle sue ali, seguendo un progetto già previsto probabilmente dallo Juvarra. La cupola ne rappresenta l’intervento conclusivo, sulla sua sommità fu posta una scultura bronzea raffigurante un cervo, opera di François Ladatte. Gli interni rispecchiano il gusto decorativo e di arredamento delle corti europee con boiseries, stucchi e arredi appositamente disegnati, ancora tutti conservati all’interno dell’edificio. Allo stesso Juvarra fu affidata la realizzazione della Basilica di Superga iniziata nel 1717 e terminata nel 1731. Il progetto rimanda allo studio del Pantheon per la pianta ottagonale coronata da un tamburo circolare sul quale si imposta l’enorme cupola e per il prospetto di facciata con il portico quadrato e al barocco romano per le decorazioni virtuosistiche. A Monza per volere dell’arciduca Ferdinando, figlio di Maria Teresa d’Austria, nel 1777 fu edificato un grandioso complesso architettonico opera di Giuseppe Piermarini (1734-1808), l’architetto che contribuì a creare il volto neoclassico di Milano. Per la villa reale di Monza progettò un edificio a U, razionalmente organizzato intorno al cortile d’onore secondo la tipologia delle ville suburbane settecentesche e caratterizzato da una decorazione estremamente sobria. In seguito Giuseppe II fece allestire gli spettacolari giardini, secondo il modello del giardino all’inglese, e le preziose ornamentazioni pittoriche all’interno della villa, con arredi venuti espressamente da Vienna, oggi quasi del tutto scomparsi.
Personaggio eccentrico, massone, alchimista dilettante, illuminato mecenate, don Raimondo di Sangro, principe di San Severo creò a Napoli uno dei più suggestivi ambienti d’Europa. Nel 1749 il principe decise di ristrutturare la cappella di Santa Maria della pietà o Pietatella, attigua al palazzo avito di san Domenico Maggiore per farne il mausoleo della sua famiglia, una delle più importanti dell’aristocrazia napoletana. L’opera di decorazione fu affidata al veneto Antonio Corradini (1668-1752) e al genovese Francesco Queirolo (1704-1762) che realizzarono un ambiente rettangolare a navata unica ricolmo di statue e rilievi. Nel 1751 Carlo di Borbone commissionò a Luigi Vanvitelli (1700-1773) la costruzione di una reggia presso Caserta volta non solo a soddisfare le esigenze reali ma anche ad esaltare la nuova era della città come moderna capitale. Vanvitelli concertò uno scenografico complesso con vestibolo centrale, che proponeva visuali aperte in tutte le direzioni e raccordava i quattro cortili simmetrici, disposti sugli assi diagonali. All’interno il lungo corridoio, nato dall’ispirazioni dell’Avenue de Paris di Versailles, permetteva la prosecuzione del giardino, e lo scalone monumentale a due rampe esaltava scenograficamente lo spazio. Fulcro della costruzione era il giardino in cui l’azione teatrale si esplicava nella composizione di scene legate al mito greco. La facciata verso di esso era alleggerita dal gioco tra concavo e convesso con alcuni padiglioni, il tutto mitigato dal solenne frontone e dalla presenza dell’ordine gigante. La cultura architettonica siciliana tra Sei e Settecento è spesso considerata dipendente da Roma e permeata da caratteri tipici del Barocco spagnolo, le prime innovazioni ebbero luogo a Palermo, capitale e sede del vicerè. Due lunghissime arterie perpendicolari tra loro, via Toledo creata nel Cinquecento e via Maqueda nel Seicento, furono teatro delle sistemazioni più importanti della città. La realizzazione di una piazza all’incrocio di queste due vie fu commissionata all’architetto Mariano Smeriglio, che compose quattro facciate concave di tre piani ciascuna, con una fontana al primo livello: un progetto verosimilmente esemplificato sul quadrivio delle Quattro fontane a Roma, l’ottagono noto come teatro del sole, oggi palazzo ai Quattro Canti, costituisce il fulcro degli apparati allestiti in occasione delle processioni. Parte delle città di Messina e Catania furono ricostruite dopo il terremoto del 1693, ad opera dell’architetto e sacerdote palermitano Giovan Battista Vaccarini (1702-1768), a lui si deve la facciata della cattedrale di Sant’Agata a Catania e una serie di sistemazioni urbanistiche nelle piazze della città. Furono questi gli anni della costruzione di numerose ville a Bagheria, caratterizzate dalla tradizionale pianta chiusa riletta attraverso un impianto concavo irregolare accessibile dallo scalone a doppia tenaglia, incentrato su uno spazio ovale privo di fonti di luce diretta, e contornato da bassi edifici di servizio come ad esempio, nella Villa Palagonia, datata al 1713.
Roma e il nuovo volto della città nel corso del XVIII secolo: tra innovazione e tradizione
Il Settecento fu uno dei secoli più drammatici per la Chiesa cattolica, attaccata da una parte dal nuovo spirito illuministico e dall’altra dai movimenti di riforma sorti all’interno della coscienza religiosa, come il giansenismo. I Lumi avevano iniziato ad incrinare le basi del cattolicesimo assolutista con una critica sempre più radicale alla morale e alla teologia della Chiesa e le suggestioni del pensiero illuminista avevano prepotentemente riportato dal cielo in terra la speculazione cattolica. Alla luce delle mutate condizioni politiche e culturali europee la Chiesa tentò un rinnovamento delle proprie istituzioni, senza però assumere un’identità ben definita, oscillando tra preoccupazioni religiose e idee riformiste. Nonostante la difficile situazione politica, il mecenatismo artistico non venne mai meno, favorendo al contrario la creazione di splendide opere di architettura e di decorazione. Dopo la morte di Alessandro VII (1667) il mecenatismo papale declinò rapidamente, la supremazia artistica di Roma fu sostituita dagli avvenimenti del Nord e del Sud d’Italia ma anche dal potere accentratore di Luigi XIV di Francia, sono questi gli anni in cui Parigi si delinea come capitale artistica. Dall’altra parte durante l’ultimo quarto del XVII e l’inizio del XVIII secolo, i gesuiti e altri ordini insieme a committenti privati diedero grandi opportunità decorative all’interno della città.
Con i pontificati di Clemente XI Albani (1700-21), Benedetto XIII Orsini (1724-30) e Clemente XII Corsini (1730-40) si ebbe una fervida attività monumentale. Opere di questi gli anni sono la scalinata di Piazza di Spagna, la fontana di Trevi e la facciata di San Giovanni in Laterano. Anche gli artisti stranieri sempre più frequentemente si recarono in Italia, però a differenza del secolo precedente non più per studiare gli artisti a loro contemporanei bensì per studiare le antichità classiche. Furono gli anni in cui si promosse una tutela delle antichità con la creazione di un polo museale presso la Galleria Lapidaria e il Museo delle Antichità Cristiane al Vaticano, e successivamente la creazione del Museo Capitolino, il primo museo pubblico a Roma; l’interesse antiquario fu promotore, inoltre, della costruzione della villa del cardinal Alessandro Albani (1672-1779) presso Porta Salaria, oggi scomparsa, connubio tra villa residenziale suburbana e luogo di esposizione di antichità, eretta da Carlo Marchionni (1702 – 1786) tra il 1747 e il 1767. Testimonianza di un incontro tra barocco, esemplificato negli oculi sopra le finestre, e manierismo per il bugnato liscio delle lesene al pian terreno.
La politica papale del XVII secolo, che aveva arricchito le chiese di Roma di pregevoli testimonianze artistiche, spinse i pontefici del Settecento a celebrare il prestigio della città con realizzazioni urbanistiche e scenografiche. L’architettura del tardo barocco aveva a disposizione da una parte la tradizione cinquecentesca romana e le antichità classiche dall’altra le innovative scelte formali di Bernini, Borromini e Pietro da Cortona. L’avvento di Clemente XI Albani al soglio pontificio segnò un recupero delle tradizioni non solo rinascimentali ma anche barocche e paleocristiane. Con una serrata campagna di restauri, colonna Antonina (1703), Pantheon (1705), Santa Maria in Trastevere (1701- 1702), Santa Maria in Cosmedin e San Clemente (1714-1715) si affermò la personalità di Carlo Fontana (1638-1714) che operò una decantazione dei motivi barocchi per un equilibrio tra architettura, pittura e scultura. Nella facciata della chiesa di San Marcello al Corso (1682-1683), si evince un richiamo alle quinte teatrale nel gioco della curvatura concava e nella nicchia illusionistica del piano superiore, ma ogni settore è singolarmente incorniciato da ordini che hanno il loro completamento e danno alla facciata una impressione di grande stabilità. Tra i numerosi allievi, che contribuirono a creare nuove tendenze nel corso dei primi anni del Settecento, troviamo Alessandro Specchi (1668-1729). Autore del Palazzo de’ Carolis, del porto di Ripetta (1704), in origine situato di fronte a San Girolamo degli Schiavoni, oggi non più esistente, e di un progetto per la scalinata di Piazza di Spagna realizzata da Francesco De Sanctis (1693-1731), allo Specchi resta il merito di vero innovatore nella creazione di valori scenografici basati su giochi di linee ricurve, forte richiamo all’architettura di Borromini. Fra il 1725 e il 1745 Roma conquistò un volto nuovo e un posto in primo piano sulla scena urbanistica delle città. Il nuovo volto è legato soprattutto ai nomi di Raguzzini (1680-1771), di Valvassori (1683-1761), di Galilei (1691-1737), De Sanctis (1693-1731), Salvi (1697-1751) e Fuga (1699-1782).
Con il pontificato di Benedetto XIII Orsini (1724-30) si provvide alla sistemazione della piccola piazza antistante la chiesa gesuita di Sant’Ignazio, ideatore e creatore del progetto fu Filippo Raguzzini (1680-1771). Commissionata dai gesuiti, sottostava all’esigenza di creare palazzi dedicati alla nascente classe borghese, questa nuova formula edilizia è stata definita come “palazzi ad appartamenti”[1]. Il progetto rientra nella tradizione, tipicamente barocca, della piazza chiusa, che improvvisamente si apre allo spettatore in una visione abbagliante. La scarsità di spazio disponibile spinse il Raguzzini a far divenire centro dell’attenzione soprattutto le abitazioni, disposte come una quinta scenica. L’eleganza del profilo curvilineo degli edifici, creati per circoscrivere lo spazio, il movimento nei frontoni delle finestre e nelle balaustre, preannunciano i risultati che il Valvassori (1683-1761) otterrà nella facciata di palazzo Doria Pamphilj verso il Corso.
Tra le iniziative private merita di essere ricordata la costruzione della sede stabile dell’accademia dell’Arcadia (1725-1726), il Bosco Parrasio, finanziata dal re di Portogallo Giovanni V, arcade dal 1721. Il progetto di Antonio Canevari (1684-1764), collaboratore di Fontana, si adegua brillantemente sia alla particolarità del luogo prescelto, le ripide pendici del Gianicolo, che gli ispirano una soluzione a terrazze simile alla scalinata di Trinità dei Monti, sia alle esigenze dei committenti. Infatti i vari spazi della sede inseriti tra i boschi, ricreavano l’aspetto ameno di ritiro bucolico, in sintonia con lo spirito della accademia stessa.
Il nuovo papa Clemente XII Corsini (1730-1740), proveniente da una antica e nobile famiglia fiorentina, eredita una situazione finanziaria particolarmente grave, dopo la disastrosa amministrazione del cardinale Coscia, e la guerra di successione polacca che coinvolse lo stesso territorio pontificio. Malgrado la situazione il papa avviò una serie di importanti commissioni, miranti a far rivivere alla città i fasti di un tempo. Divenuto cieco appena un anno dopo la sua nomina, cedette le redini dello stato a suo nipote il cardinal Neri Corsini (1685-1770).Acceso fautore della visione di Ludovico Muratori (1672-1750) di un’unificazione culturale dell’Italia nella “Repubblica letteraria”, depositaria e garante delle memorie nazionali, il cardinale promosse, anche, la conservazione dei beni culturali cosciente del ruolo politico che l’opera d’arte poteva svolgere. Con l’acquisizione di parte della collezione Albani, che confluì nei depositi della Camera Apostolica, fu realizzata appositamente nel palazzo Nuovo al Campidoglio nel 1734 una nuova sala; la collezione era accompagnata dalla pubblicazione del catalogo Del Museo Capitolino in cui oltre alle raffigurazioni del Campiglia le opere erano accompagnate dal commento di Gaetano Bottari, erudito fiorentino nonché segretario del cardinale. Alcuni degli interventi promossi dal pontefice mirarono a concludere cantieri lasciati incompiuti dai suoi predecessori. Sebbene a Roma lavorassero un folto numero di architetti, il pontefice ed il cardinale Neri Corsini preferirono contornarsi di architetti toscani, che diedero alla città un forte impatto austero e classicheggiante. Nel 1732 fu indetto un concorso per la realizzazione della nuova facciata della chiesa di San Giovanni in Laterano. Vi parteciparono numerosi architetti dell’epoca. Vinse il fiorentino Alessandro Galilei (1691-1737) con un progetto caratterizzato da un rigoroso classicismo, ispirato, nel portico a cinque arcate corrispondenti alle navate interne, all’architettura romana tardo cinquecentesca. Il prospetto di facciata si presenta netto e privo di ornamenti, decisamente monumentale. Preceduta da una breve scalinata, nella facciata prevale una spiccata ortogonalità assicurata dall’utilizzo di un ordine di paraste giganti, che unifica i due portici sovrapposti dell’ingresso e della loggia delle benedizioni, quest’ultima evidenziata da colonne policrome e conclusa in alto da una trabeazione con timpano centrale e balaustra, che accompagna l’intera lunghezza della basilica. Qui si innalzano quattordici statue di santi e dottori della Chiesa che fanno da cornice al Cristo benedicente. I lavori furono conclusi nell’arco di tre anni, quasi in contemporanea con la progettazione della cappella Corsini all’interno della stessa chiesa, fatta eseguire anch’essa dal papa a celebrazione del suo casato. Una pianta a croce greca con cupola a lacunari ornata di marmi policromi, distinta dalla tradizione romana per la predominanza di colori freddi e l’essenzialità della decorazione ridotta alla sola scultura. Ortogonalità, chiarezza geometrica e regolarità confermano l’adesione al gusto classico contro il moderno, idea ribadita con la scelta di porre a propria tomba la vasca in porfido che fino ad allora era alloggiata di fronte al Pantheon. La realizzazione della facciata della basilica si inserisce in un progetto di più largo respiro, che interessava anche la sistemazione della piazza antistante la porta San Giovanni, fino ad allora occupata da orti e giardini e che Lione Pascoli (1673-1744), nel suo testamento politico, auspicava potesse conformarsi alle grandi piazze scenografiche del XVII secolo. Rigore e severità caratterizzano anche il prospetto della chiesa di San Giovanni dei Fiorentini (1732-1735), che nella parte inferiore richiama quello di San Lorenzo a Firenze, opera di Michelangelo (1475-1564).
Questi interventi ben si distinguono dalle ricerche di modulazione e movimento tipiche del Barocco romano, dove nella prima metà del Settecento è dominante la componente borrominiana, con prospetti alternanti tra concavo e convesso. Esempio è la facciata, probabilmente opera di Giuseppe Sardi (1680-1757), per chiesa di Santa Maria Maddalena (1735) dove sono reperibili elementi rocailles come cimase di porte e finestre, che si innalzano in nervosi e decoratissimi fastigi, coronamenti delle mensole delle nicchie che contrastano con le pareti di fondo, ed infine volute asimmetriche ad andamenti sinuosi. Altro grande protagonista dei cantieri corsiniani è il giovane fiorentino Ferdinado Fuga (1699-1782), architetto dei sacri palazzi apostolici dal 1730 ed incaricato l’anno dopo di dirigere i lavori presso il Quirinale. A lui si deve il completamento delle scuderie, della cosiddetta “manica lunga” destinata agli uffici dell’amministrazione e alla famiglia del pontefice, nonché residenza papale e l’annesso palazzetto di monsignor delle Cifre. A questi si aggiunse la costruzione del palazzo della Consulta vera novità dal punto di vista della tipologia edilizia, infatti, combina in sé l’edificio amministrativo e le caserme. La facciata principale, scandita da una semplice ritmica di piatte lesene e finestre dagli ampi timpani, contiene una serie di eleganti motivi individuali di ispirazione michelangiolesca. Diversamente la monotonia degli ambienti della “manica lunga” esprime la gerarchia tra ambienti amministrativi e ambienti rappresentativi. Nel 1732 fu impegnato nella realizzazione della chiesa di Santa Maria Orazione e Morte, all’interno il vano ellittico si presenta luminoso tutto scatto e tensione per via del continuo chiasmo. Le colonne alveolate rimandano alla tradizione toscana, negli interspazi la superficie tende a sgonfiarsi. Il breve tamburo è interrotto, scavato dagli ovali delle finestre, dalle edicole e dagli archi delle cappelle laterali. Nella facciata il chiaroscuro si evidenzia attraverso le coppie di colonne sovrapposte imprigionate in profondi incassi. Il prospetto si svolge in verticale coprendo del tutto la cupola. Al Fuga si deve, anche, la costruzione della dimora urbana del cardinal nipote, realizzata rinnovando il palazzo Riario (1736-1758). Ad esso fu aggiunta una intera ala destinata alla biblioteca, che per testamento del committente doveva essere accessibile al pubblico, un tratto di raccordo e uno scalone sul lato posteriore. Assieme a quella di Romualdo Braschi è l’unica dimora fatta costruire da un cardinal nipote nel Settecento a Roma. Si distingue dalla tipologia usuale di tali edifici per la presenza di un grande parco e per l’austera riservatezza tipica della committenza Corsini. Particolare risalto è dato alla funzionalità, mentre il carattere rappresentativo del complesso è delegato esclusivamente all’architettura, la decorazione pittorica infatti è relativamente modesta.
È interessante il confronto con i modi esuberanti adottati da Gabriele Valvassori (1683-1761) nella facciata del palazzo Doria Pamphilj (1733-1734) corrispondente alla galleria da lui realizzata e decorata con raffinati elementi desunti dal lessico borrominiano, riproposto puntualmente anche all’esterno con un rilievo schiacciato nei simboli araldici della colomba e del giglio. In essa, infatti, la monotonia delle lunghe file serrate di finestre è scongiurata dagli aggetti convessi dei balconi sopra i portali, che creano un vibrante chiaroscuro, dal ritmico movimento dei timpani delle finestre, dal veloce cambio del piano di fondo liscio o a bugnato gentile, e dalla fascia marcapiano forte sottolineatura orizzontale.
Alla figura di Francesco De Sanctis (1693-1731) è da associare la costruzione della scalinata di piazza di Spagna. Dominata dall’alto dalla chiesa della Trinità dei Monti, la piazza fu così denominata poiché vi si affacciava la residenza dell’ambasciatore spagnolo. Nel 1660 il cardinale Giulio Mazarino (1602-1661), primo ministro del re Luigi XIV, commissionò ai suoi emissari romani di predisporre progetti, redatti dai più brillanti architetti, per realizzare una scalinata che raccordasse il dislivello della piazza antistante la chiesa di Trinità dei Monti con la sottostante piazza in cui si ergeva l’ambasciata spagnola. Alla morte del Mazarino, nel 1661, il progetto fu ostacolato dalla Chiesa di Roma e fallì. I lavori ripresero solo nel 1717 per iniziativa di Clemente XI (1700-21), che sollecitò il cardinal Tremoille affinché scegliesse un progetto. Perduto quello presentato da Filippo Juvarra (1678-1736), scartati i progetti di Sebastiano Cipriani (1662-1738) e di Alessandro Specchi (1668-1729) fu scelto il progetto di Francesco de Sanctis. Il 25 novembre del 1723, sotto il pontificato di Innocenzo XIII Conti (1721-1724) venne posta la prima pietra, mentre tre artisti dell’Accademia di Francia si occuparono della realizzazione delle statue ornamentali. Terminata nel 1726 si caratterizza per il ritmo ondulato delle balaustre e l’andamento curvilineo delle scale, andamento spezzato dalle terrazze panoramiche fra le rampe. La soluzione adottata dal De Sanctis risentiva fortemente dei progetti presentati dal Bernini (1598-1680) nel primo concorso nonché di quelli dello Specchi per il porto di Ripetta. Per la sua collocazione lungo un asse viario che conduce fino al Tevere, la scalinata è una sintesi tra il carattere scenografico dell’architettura barocca e gli interventi urbanistici dell’epoca sistina, che miravano a creare lunghe prospettive terminanti su sfondi a carattere monumentale.
Nicola Salvi (1697-1751) nella Fontana di Trevi riprendendo l’idea di Pietro da Cortona, che per primo aveva pensato di combinare facciata di palazzo e fontana, unì arco trionfale classico, con figure allegoriche e mitologiche, alla facciata di palazzo. Mostra monumentale dell’Acqua Vergine, il complesso fu commissionato al Salvi nel 1732, e fu completato da Giuseppe Pannini (1720-1812) solamente nel 1762 rispettando comunque nei dettagli il progetto originario. Salvi realizzò una grande platea simulante un paesaggio roccioso che occupa interamente la piazza antistante la facciata di palazzo Poli, che venne scompartita nella parte centrale, mediante un ordine gigante di quattro colonne corinzie, così da formare un enorme arco trionfale. Al centro di esso, in una nicchia, la statua di Oceano sul carro a forma di conchiglia è trainato da due cavalli marini accompagnati da tritoni, e ai suoi lati la raffigurazione della Salubrità e dell’Abbondanza. Idea di fondo di tutta la fontana è l’artificio, che mette in scena una grandiosa allegoria in cui l’elemento unificante è l’acqua e il suo movimento perpetuo. Paragonando la fontana alla facciata della basilica lateranense notiamo come siano distanti e in conflitto le scelte operate negli stessi anni da questi architetti, i modi di scenografia barocca e gioco illusionistico della prima entrano in collisione con la scelta dell’ordine gigante su maglia modulare sovrapposta all’edificio privato di aggetti della seconda.
Il 17 agosto del 1740 dopo sei mesi di conclave, viene eletto Benedetto XIV, al secolo Prospero Lambertini (1675-1758). Eredita una situazione economica al limite del collasso, che condizionerà le iniziative artistiche, concentrandole soprattutto nei primi anni di pontificato in previsione del grande giubileo del 1750. Non sembra che il pontefice, nonostante avesse fama di grande erudito, si sia mai affezionato alle arti. Escludendo la Coffee-house del Quirinale (1741-1743), una costruzione in voga in questi anni nelle principali corti europee e destinata al rito del caffè, e l’ampliamento dell’ospedale di Santo Spirito in Sassia (1742-1749), entrambe opere di Ferdinando Fuga (1699-782), il suo mecenatismo si risolse nella promozione degli studi storici e letterari e nella conservazione e tutela del patrimonio storico – artistico della città. A questo interesse si deve l’istituzione della pinacoteca Capitolina, nata dall’acquisizione di quadri provenienti dalle collezioni delle famiglie Sacchetti e Pio. Tra il 1756 e il 1757 venne inaugurato il Museo Sacro, nucleo iniziale dei Musei Vaticani, inoltre fu promosso il restauro di alcuni monumenti antichi tra cui il Colosseo.
L’organizzazione del giubileo del 1750 fece sì che Benedetto XIV si occupasse della risistemazione dei luoghi di culto della città. Furono intrapresi lavori per migliorare la viabilità sia nella città che fuori e si procedette alla pulitura delle fontane pubbliche. Nel 1741 l’architetto fiorentino Ferdinando Fuga (1699-782) avviava i lavori di costruzione della nuova facciata della basilica di Santa Maria Maggiore, sarà successivamente impegnato nel rimodernamento dell’interno (1746 – 1750). L’idea iniziale prevedeva solo il rinnovamento del portico che, come nella chiesa di Santa Maria in Trastevere, permetteva di vedere i mosaici duecenteschi dell’originario prospetto. In seguito, sull’esempio della basilica di San Giovanni in Laterano, fu invece deciso di edificare una nuova grandiosa facciata a doppio loggiato, preservando gli antichi mosaici. Al piano terreno cinque ampie arcate, chiuse da eleganti cancellate, danno accesso al portico dove è collocata una grande statua bronzea di Filippo IV, re di Spagna, benefattore della basilica. Il loggiato al piano superiore si apre con tre arcatelle sulla piazza, da qui il papa impartiva la benedizione Urbi et Orbi. La facciata è coronata da statue di santi e pontefici realizzate dai maggiori scultori del Settecento romano. Nel 1743 la costruzione era ultimata: l’effetto finale fu quello di un’architettura ariosa, di un aggraziato barocchetto in cui l’intelaiatura scattante e tesa con edicole differenziate, connotano il tutto di un effetto dinamico, aperto e pienamente atmosferico. Se l’andamento orizzontale è allo stesso livello, sono però introdotte cesure e variazioni per evitare la monotonia. All’interno l’intervento si limitò a correggere le asimmetrie e le sproporzioni della fabbrica medievale, uniformando il disegno e la decorazione delle navate laterali e trasformando la zona presbiteriale con l’introduzione del nuovo baldacchino ispirato a quello di Bernini in San Pietro.
Alla collaborazione tra Domenico Gregorini (1700-1776) e Pietro Passalacqua (1690-1748) si deve il restauro della basilica di santa Croce in Gerusalemme; iniziato nel 1741 e terminato nel 1744 essi intervennero sulla navata centrale inglobando in quattro pilastri parte delle colonne originali, modificando il ritmo della trabeazione con l’inserimento di paraste, sostituendo le finestre con lunettoni e sovrapponendo alla struttura medievale una ricca decorazione a stucco. Venne inoltre demolito il nartece per lasciare spazio al grande atrio ellittico per sostenere il nuovo prospetto in travertino, caratterizzato dall’alternanza tra concavo e convesso. Questi interventi sollevarono non poche critiche, lo stesso pontefice definì la nuova basilica di Santa Croce come una “vera porcaria” e l’opera del Fuga all’interno di Santa Maria Maggiore “una sala da ballo”.
Diversa ancora è la soluzione adottata da Luigi Vanvitelli (1700-1773) nella chiesa di Santa Maria degli Angeli (1749-1750), qui l’architetto di origine napoletana, dovette confrontarsi non solo con le preesistenti Terme di Diocleziano ma anche con gli interventi michelangioleschi e le modifiche di Clemente Orlandi (1694-1775) dei primi anni del Settecento. Dopo un primo rifiuto dei certosini, committenti dell’opera, per un progetto di recupero degli ambienti ad “U” chiusi dall’Orlandi (1694-1775), Vanvitelli scelse di dare unità compositiva all’interno attraverso un sapiente uso degli elementi ornamentali. Aggiunse nei vani di passaggio del vestibolo e del presbiterio alcune colonne in muratura, assolutamente simili a quelle del transetto, prolungò la trabeazione a tutto il perimetro della basilica, ed infine, studiò anche una soluzione per la facciata verso piazza della Repubblica, oggi purtroppo distrutta.
Fabbriche ex novo, come abbiamo accennato sopra, sono la Coffee-house e l’ospedale di Santo Spirito in Sassia. Benedetto XIV aveva concepito la prima come un ambiente di rappresentanza per le udienze private e le riunioni informali, il Fuga progettò un edificio molto elegante che richiamava i padiglioni francesi. Il prospetto principale mostra, nella raffinata simmetria delle parti e nel disegno semplice e lineare degli elementi decorativi, un gusto spiccatamente classicista, mentre nella loggia aperta a tre campate che raccorda i due avancorpi laterali, dove si trovano due salette arredate come salotti dall’atmosfera intima, il gusto è tipicamente rococò con pareti azzurre decorate con festoni dorati, nastri, maschere e conchiglie. L’edificio è scandito sulla superficie da pilastri dorici bugnati ed è sormontato da un attico, che si innalza su un terrazzamento lastricato, rialzato su tre gradini rispetto ai giardini. A coronamento dell’attico vi sono dodici busti marmorei di personaggi togati e al centro lo stemma di papa Lambertini. A un concetto di pura funzionalità si ispira l’ampliamento dell’ospedale di santo Spirito in Sassia, opera demolita durante i lavori per Roma capitale, ma documentabile attraverso le numerose incisioni di Giovanni Angeloni nella Galleria di Urbano VIII in Vaticano. La nuova ala era organizzata dotando gli ambienti di degenza, nati dal prolungamento della corsia sistina di impianti per l’acqua corrente, stanze guardaroba, magazzini e locali per la raccolta dei rifiuti. Inoltre il nosocomio pontificio venne fornito di un teatro anatomico per la formazione professionale del medico. Il cantiere di Santo Spirito è forse l’ultima committenza del pontificato di Benedetto XIV, dopo il 1750 le possibilità finanziarie papali si esauriscono completamente, Fuga e Vanvitelli si trasferiscono a Napoli, uno per sovrintendere la costruzione dell’Ospedale dei Poveri, l’altro per la progettazione della reggia di Caserta. La morte di Nicola Salvi, nel 1751, segna l’ascesa di due nuovi architetti che fino ad allora avevano operato nelle costruzioni effimere, Carlo Marchionni (1702-1786) che realizzerà per Alessandro Albani la villa sulla Salaria e Paolo Posi (1708-1776) autore del discusso intervento di restauro del Pantheon e della chiesa di Santa Caterina da Siena in via Giulia (1766-1776).
Gli ultimi anni del secolo furono caratterizzati dai pontificati di papa Clemente XIII Rezzonico (1758-1769), papa Clemente XIV Manganelli (1769-1774) e papa Pio VI Braschi (1775-1799), questo ultimo promotore dell’attività industriale, della bonifica pontina, della navigabilità dell’Aniene e del cosiddetto taglio diagonale di Pio VI “le cascate delle Marmore” (1794). Per quanto riguarda l’edilizia pubblica sono da ricordare la collocazione dell’obelisco al Quirinale nel 1786, quello di Trinità dei Monti nel 1787 ed infine quello presso piazza Montecitorio 1789. L’aspetto urbanistico ebbe la svolta più visibile con la sistemazione di piazza del Popolo nel 1793 ad opera di Giuseppe Valadier (1762 – 1839). Il progetto era architettato secondo quinte omogenee aperte verso il tridente. Se la committenza pubblica viene meno la committenza privata tra il 1760 e il 1790 subisce un forte incremento. La zona del tridente ne diviene il punto focale; come consuetudine il proprietario, che acquista lotti contigui, demolisce per ricostruire unici palazzi con appartamenti autonomi da dare in affitto. In questa nuova tipologia di edilizia domestica, solo gli spazi di comunicazione e servizio sono in comune. Scompaiono le differenze gerarchiche tra mezzanino pianterreno, piano nobile, piano superiore e mezzanino terminale, spesso permangono apparati decorativi esterni tipici del barocco romano, la decorazione è in ogni caso semplice, con timpani mistilinei, fregi in stucco, colonne ai lati del portone, balconi con ringhiere in ferro battuto. Un esempio, oltre i palazzi realizzati dal Raguzzini in piazza Sant’Ignazio, è la casa Giannini a piazza Caprinica, una residenza trasformata in appartamenti di affitto tra il 1744 e il 1746 da Alessandro Dori (1702-1772), significativa scelta che sottolinea come in questi anni si stia formando una classe borghese. Per la committenza della marchesa Margherita, Gabriele Valvassori (1683-1761) nel 1749 iniziò la realizzazione del palazzo Rondinini, terminato dal Dori nel 1771. Il palazzo aveva funzione di museo per la collezione di antichità posseduta dalla famiglia. Dori estese la facciata verso via del Corso, facciata a cinque livelli come per i palazzi nobili, linee asciutte ad eccezione della decorazione dei timpani delle finestre del piano nobile che sono curvilinee ed in finto travertino. L’interno smentisce la sobrietà dell’esterno, con un androne doppio, voltato e decorato da colonne antiche in granito bigio e marmo caristio, che si affaccia su un cortile irregolare con fontana a ninfeo. Le sale sono caratterizzate da svecchiature in stucco e cartelle inserite nelle pareti che accolgono bassorilievi marmorei a premessa della collezione di antichità. Il piano nobile è collegato all’inferiore attraverso uno scalone decorato da lesene e da modanature che incorniciano le finestre, il tutto si conclude con pavimenti policromi. Le scale sono posizionate in sequenza lineare, l’equipe di lavoro formata da affrescatori, intagliatori, stuccatori e marmorari ricoprì ogni superficie libera con cornici dorate, motivi rocaille, e una osmosi fra elementi plastici ed architettura. Tale soluzione sarà innovativa e sarà ripresa anche nei lavori di ammodernamento della galleria Doria Pamphilj, voluta dal principe Andrea IV in occasione del suo matrimonio con Leopoldina di Savoia nel 1767. Di lì a qualche anno, nel 1780, Le Camus de Meziérès (1721-1789) avrebbe fatto proprio il concetto della distribuzione degli ambienti interni in un saggio “Le Genie de l’Architecture, ou l’analogie de cet art avec nos sensations”, esaltando la professione di colui che non si accontenta “di piazzar pietra su pietra” ma che ricerca un controllo totale dell’insieme delle varie componenti dell’arredo ed il loro reciproco accordo; attraverso la flessibilità dei contorni, la compenetrazione dei materiali, la pulsante mobilità degli elementi decorativi tipici del gusto rocaille si sarebbe realizzato il discorso coordinato che secondo Le Camus produceva “gli effetti e le sensazioni di parlar allo spirito e commuovere l’anima[2]”. L’esempio decorativo degli interni di palazzo Rondinini e Doria Pamphilj fu imitato anche nella decorazione del Salone d’Oro di palazzo Chigi commissionato a Luigi Valadier (1726-1775) da Sigismondo Chigi in occasione delle sue nozze con Maria Flaminia Odescalchi tra il 1765 e il 1767. Tra il 1787 e il 1793 anche palazzo Altieri su commissione di Emilio Altieri, fu oggetto di lavori di ammodernamento degli interni, in occasione del matrimonio di Paluzzo Altieri con Maria di Sassonia. La realizzazione fu ad opera di Giuseppe Barbieri (1746-1809). Nel 1776 su commissione di Marcantonio IV Borghese (1763-1800), Antonio Asprucci (1723-1808) e suo figlio Mario (1764-1804) realizzarono il casino nobile e il giardino Borghese; questo ultimo fu la vera novità, il giardino di impianto all’italiana con viali rettilinei e pause antiquarie fu revisionato da Jacob More (1740-1793) che modificò l’impianto inserendo stagni naturali, laghetti e ruscelli con viottoli tortuosi. Rimase comunque saldo il legame con la tradizione Cinquecentesca della cesura tra giardino e paesaggio circostante. Al 1785 è la realizzazione del tempietto di Esculapio con la statua proveniente dal Mausoleo di Augusto.
A chiudere il secolo troviamo la realizzazione di palazzo Braschi. Ultima dimora costruita a Roma per le grandi famiglie papali il palazzo si colloca nel quartiere Rinascimento, nel rione Parione, a piazza Navona. Ha pianta trapezoidale irregolare con facciata minore ma principale verso piazza San Pantaleo, in origine l’ingresso era posto su via di San Pantaleo, l’attuale via Papale. La facciata su via del Pasquino presenta due entrate ed all’epoca dodici rientranze adibite a botteghe, oggi finestre. Sul fronte verso via della Cuccagna vi è un ingresso secondario. Nel XV secolo il lotto era occupato da una casa con torre di Cencio Mosca. Con successivi passaggi di proprietà divenne residenza del cardinale Carafa, che lo fece probabilmente restaurare da Bramante. Si conta il restauro del Sangallo il Giovane nel 1516 con la decorazione della torre a terrecotte a figure e storie dell’Indaco. Divenuta residenza degli Orsini nel 1598 e successivamente dei Caracciolo fu infine comprata da Pio VI Braschi come residenza per i nipoti Luigi, duca di Nemi, e Romualdo, cardinale in San Nicola in Carcere. I lavori di restauro furono affidati a Cosimo Morelli (1732-1812) nel 1790 e si conclusero nel 1817. L’esterno si caratterizza per un esplicito richiamo alla tradizione tardo cinquecentesca con contrasto tra mattone a vista e travertino, bugnato di base disposto agli angoli e a raggiera sulle finestre e nei portali, finestre architravate nei tre ordini, fasce marcapiano e zoccolo in travertino, il cornicione dorico è ornato a metope e triglifi decorate dallo stemma araldico dei Braschi. All’interno lo scalone iniziato nel 1790 su progetto dello stesso Morelli e completato nel 1804, dopo una lunga pausa a causa dell’invasione francese, si caratterizza per una forte connotazione scenografica che richiama il barocco anche per la soluzione di fonti luminose seminascoste. Vi si accedeva attraverso un vestibolo con dieci colonne in cipollino con trabeazione a doppia curva. Lo scalone invece presentava colonne in marmo rosso concluse da capitelli con motivi araldici e decorazione inspirata al mito di Achille. Il Settecento assurge Roma tra le capitali europee ma al contrario dei secoli precedenti non è la capitale artistica creatrice di nuove tendenze da esportare nelle altre città ma bensì un museo delle antichità, bagaglio di conoscenza pronto per la scoperta dei viaggiatori del grand tour. Con artisti come Giovan Battista Piranesi (1720-1778) si sottolinea il ruolo della cultura classica a Roma con la raccolta dedicata alle Antichità Romane. Dalla fine del secolo vere capitali artistiche diverranno le grandi città europee che si imporranno sulla scena sia culturale che politica.
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