Gli interventi nello spazio di Maria Dompè esemplificano il concetto di giardini d’artista.
Analizzandone il percorso creativo, si può notare come si siano avvicendati nel tempo diversi tipi di composizioni e come, in ultima analisi, l’artista abbia creato un linguaggio riconoscibile della sua arte attraverso la combinazione di questi caratteri.
Uno spunto interessante di partenza per lo studio di queste realtà artistiche ci è dato dall’osservazione di un tipo di giardino, il capostipite dell’opera di Maria Dompè: il “giardino a secco”.
Esso è caratterizzato dalla forte presenza di pietre, ciottoli e sabbie. Questi possono essere accostati ad elementi naturali, quali l’acqua, le piante, i fiori, i tessuti e le essenze odorose. A manifesto di questa tipologia, possiamo citare le opere come, Virtute e Conoscenza, realizzata a Firenze nel Palazzo Budini Gattai nel 1990, dove l’artista recuperando la cultura classica, attraverso l’uso di una colonna, ne reinventa al contempo la forma. Essa ci appare vuota e divisa in blocchi a loro volta sezionati longitudinalmente; i frammenti sono collegati da una fune e si snodano nel cortile del palazzo fiorentino intorno ad un piccolo bananeto, che occupa il centro del giardino, e che entra così nell’opera. O come in Umi-No-Kanata-He del 1991, realizzata a Nagano-Ken in Giappone. L’opera composta da otto spesse lastre di granito è inserita in un silenzioso bosco di bamboo nano, che non solo la circonda ma che essendo utilizzato dall’artista come legante delle otto porzioni di pietra, diviene, come erta stato per Virtute e Conoscenza, parte integrante dell’opera.
Ma il giardino, come opera nella natura, tende ad una evoluzione. Questa si manifesta nell’arte di Maria Dompè attraverso un procedere, un arricchimento e coinvolgimento dei nostri sensi. Nelle varie opere la ciclicità della vita viene materializzata dal carattere effimero degli elementi naturali ed è sottolineata dalla durevolezza della pietra, dei ciottoli e della sabbia, aprendo lo scenario a nuovi dibattiti sul valore della vita.
In Donne della Bosnia ambientata a Roma nel 1993, il visitatore accolto da un profumo di fiori è condotto di fronte ad una parete di travertino, che cela un rettangolo interno, formato da lastre sovrapposte dello stesso materiale. Per forma e dimensioni, questo oggetto ci richiama alla memoria l’immagine di un letto, in cui le assi spezzate e piegate verso il basso, simboleggiano lo spazio domestico profanato e violentato dalla guerra. Al centro del giaciglio, l’artista dispone alcune orchidee bianche, che lasciano posto ad un sentimento di speranza contro l’orrore.
Il tema del fiore come elemento di speranza è presente in molte opere dell’artista. Nel 2004 nell’ovale michelangiolesco di Piazza del Campidoglio fu allestita l’opera in onore di Amina Lawal, vi furono posizionate migliaia di orchidee ed essenze profumate, a cui fu dato il compito di veicolare un messaggio di pace e speranza, o come in Gao Xingjian allestita nell’ex spazio industriale Baldassini-Tognozzi, a Firenze nel 2001, dove nella lotta tra le rose, simbolo di speranza, e la sabbia che ricopre l’intero spazio, simbolo del silenzio che tutto inghiotte, la Dompè omaggia il vincitore del premio Nobel.
Fermateli, realizzata nel 1994 nel cortile del Palazzo Pretorio di Arezzo, manifesta un ritorno al concetto del giardino a secco. Il cortile interno del palazzo, infatti, viene trasformato in un cimitero, una distesa di frammenti di travertino e pietre funerarie caratterizzate dai simboli cristiani, ebraici e islamici.
Dal 1996, Maria Dompè inizia a collocare nelle sue installazioni oltre alla pietra e agli elementi naturali anche tessuti colorati o trasparenti come in Non immolare il bambino, realizzata in occasione della XII Quadriennale a Roma. L’opera è invito al risveglio della coscienza comune contro le violenze sui bambini, ricordati da un insistente odore di vaniglia. L’installazione appare come un deserto di pietra in cui il travertino crea una vasca centrale, che suggerisce la presenza dell’acqua pur in assenza di essa. Al di sotto della vasca è disposto un lungo telo in cui sono ordinate delle rose che la Dompè ha sostituito per tutta la durata dell’installazione. O in un Offerta ai Monaci Birmani, opera realizzata per sostenerne la protesta non violenta, in difesa della libertà. L’artista depone la sua offerta sui gradini della Scala Santa: rose, tessuti ed essenze profumate.
Ogni installazione sia en plein air sia in spazi chiusi, immerge lo spettatore in una realtà evocativa tale da sublimarne la presenza e condurlo in una esperienza di riflessione su se stesso. Ciò è possibile grazie al messaggio che l’artista sceglie di indagare con la sua opera, l’impegno sociale è manifestato dai temi attuali che vengono trattati per scuotere le coscienze. Il giardino così creato ha lo scopo di lasciar riflettere, come in Meditazione opera del 1997 per la Casa Famiglia di Villa Glori, in cui come in un gioco di contenitori l’opera ispirata al giardino della Villa è da esso contenuta. Il messaggio, offerto dall’artista, non solo a coloro che sono ospitati nella casa famiglia ma a tutti coloro che la visitano, è semplice e diretto: speranza e di meditazione attraverso la scelta della pianta di ulivo come fulcro della composizione. O in Shanti, Pace, opera del 2000 per la IX Biennale d'Arte Sacra Contemporanea a Teramo. Un giardino nel giardino, un hortus conclusus, un momento di riflessione, in cui i colori e i profumi della griglia di fieno e dei moltissimi fiori disposti all’interno di essa, orientano il visitatore ad una profonda riflessione.
Il rapporto con il colore diviene sempre più presente a partire da Alle donne di Nakiri opera allestita a Roma nel 1999 per l’Istituto Giapponese di Cultura, si ritrova in Campo Fossoli opera realizzata a Carpi nel 2004, qui le pezze di tessuto armoniosamente accostate suggeriscono la metafora della fratellanza e della solidarietà, un antidoto/memoria della guerra, o in Dalhousie Square, realizzata a Calcutta, nel 2005 in cui l’acqua, altro elemento ricorrente nella poetica dompeiana, si sposa con il tessuto colorato creando un gioco di energie e di ricordo, dato che il luogo dell’installazione è legato alla lotta contro il colonialismo e quindi alla esaltazione della libertà, o in Ella Maillart opera del 2007 allestita a Roma nella Galleria il Segno, in cui i fiori e le essenze profumate catturano i sensi, stimolando un approccio immediato all’opera un rapporto diretto con la natura e quindi una dimensione contemplativa. L’opera della Dompè può essere inserita in uno studio sulla multisensorialità, infatti oltre agli elementi fin qui descritti, anche la musica assume una dimensione evocativa: non solo semplice sottofondo ma vera protagonista. Un esempio è in Gaïa — A walk for life — Charter for environmental planetary urgencies, installazione realizzata per il Parco di Poggio Valicaia, o in Water Emergency, in cui l’eco delle falde acquifere e il simbolismo di un deserto interno ci conduce al messaggio profondamente sociale della vera emergenza di questi anni. Al godimento non solo estetico ma anche dei sensi, fa capo anche l’esperienza di Paesaggi Domestici realizzata a Roma nel 2005 per Understudio - Studio di Architettura e Design di Massimo Pelliccioni. Le nove vasche di acqua e fiori in cui il profumo di questi si fonde con l’incenso, ci riporta ad un giardino dei sensi, un giardino godibile da tutti, uno spazio dedicato a se stessi, alla propria cura, ma anche a ciò che è intorno a noi: il mondo, il cosmo, in un invito a liberare la fantasia.
Articolo scientifico a cura della Dott.ssa Cinzia D'Agostini
Bibliografia e sitografia
http://www.mariadompè.it
Maria Dompè, le Terme, febbraio 1992: l’Isola, a cura di Trucchi L. et alii, Amantea, Roma, 1992.
Imponente A., Maria Dompè, Roma, Diagonale, 1997.
























